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  03 giugno 2021

Bob Marley, Exodus e il tentato omicidio

Usciva nel 1977 "Exodus", capolavoro di Bob Marley nato dalle pressioni politiche in Giamaica e dal suo tentato omicidio

Usciva oggi nel 1977 "Exodus", nono album in studio della leggenda del reggae Bob Marley con i Wailers, un disco che nasceva da un episodio specifico: il tentativo di omicidio di cui fu vittima Bob Marley solo pochi mesi prima.

Il tentato omicidio di Bob Marley

Era il 3 dicembre 1976 quando, in Giamaica, Bob Marley fu coinvolto in un tentativo di omicidio che fortunatamente non andò a buon fine, due giorni prima di salire sul palco del National Heroes Park di Kingston per suonare una sola canzone allo Smile Jamaica Concert. Uno show che, nonostante Marley avesse sempre evitato di schierarsi politicamente, concetto sottolineato nelle condizioni messe per suonare, assunse connotati politici a causa delle elezioni previste per il 15 dicembre.

L'evento gratuito era stato infatti organizzato dal Ministero della Cultura a soli dieci giorni prima delle elezioni, qualcosa che nella testa del Primo Minsitro Manley poteva essere utile sia a calmare gli animi della cittadinanza sia a garantirgli i voti necessari. Quale propaganda migliore di avere l'eroe locale sul palco?

La presenza di Marley e della sua musica venne quindi vista come una sorta di endorsement ai democratici socialisti del People's National Party del Primo Ministro Michael Manley.


L'aggressione e il movente

Alle 20:30 del 3 dicembre 1976, sette uomini armati fecero irruzione nella casa della leggenda del reggae cercando di assassinare con colpi di arma da fuoco Bob Marley, sua moglie Rita, il manager Don Taylor, l'assistente Louis Griffiths.

Tutti i presenti furono colpiti e tutti, miracolosamente, sopravvissero all'attacco. Il proiettile diretto verso la reggae star passò proprio sotto il cuore per finire la traiettoria nel braccio sinistro, sua moglie fu presa di striscio alla testa, Don Taylor fu raggiunto da cinque proiettili nella parte bassa del corpo.

Ma chi cercò di uccidere Bob Marley? Qualcuno optò per la teoria cospirazionista accusando proprio il PDP di Manley che avrebbe voluto fare di Marley un martire.

La versione più accreditata, però, vede come responsabile dell'attacco il Jamaican Labour Party di Edward Seaga, unico avversario di Manley alle elezioni, che avrebbe tentato di far fuori l'uomo più popolare dell'isola diventato, suo malgrado, supporter mai dichiarato del Primo Ministro.

Se la motivazione politica sembra certa, così come il fatto che le testimonianze di Marley e di alcuni suoi amici puntassero tutte verso il JLP e in particolare verso la guardia del corpo di Seaga, Jim Brown, il mandante potrebbe arrivare da ancora più lontano.

Stando a quanto raccontato da Timoty White nella biografia Catch A Fire, infatti, la mano dell'attentato fu sì quella di JLP e di Brown con i suoi uomini che, però, sarebbero stati assoldati dalla CIA in cambio di droga e armi.

La stessa versione viene data anche dal manager di Marley, Don Taylor, che presente con il musicista al processo e all'esecuzione dei colpevoli, avrebbe sentito uno degli attentatori fare il nome della CIA prima di morire.


Smile Jamaica

Marley e gli altri presenti furono feriti ma questo non impedì alla leggenda del reggae di presenziare allo Smile Jamaica Concert. Non solo Marley, ferito, si presentò sul palco del concerto ma invece di farlo per una sola canzone, come inizialmente previsto, si lanciò in una leggendaria performance lunga 90 minuti.

Lo show vide in qualche modo Marley resuscitare come una figura religiosa davanti agli 80.000 del National Heroes Park, un popolo, il suo, al quale mostrò le ferite causate dagli spari e le medicazioni alzandosi la maglia alla fine del concerto.

Perché, come disse prima di trasferirsi nel Regno Unito per lasciarsi le tensioni alle spalle e registrare Exodus: "Le persone che cercando di rendere questo mondo peggiore non si prendono un giorno di ferie. Come potrei farlo io?".

Bob Marley, Exodus e il tentato omicidio

Il trasferimento a Londra ed Exodus

Un esodo vero e proprio quello di Bob Marley, con al seguito la famiglia, il suo team e i Wailers che,dopo un periodo in America, volarono verso Londra. La capitale inglese era la seconda casa di Chris Blackwell, boss della sua etichetta, la Island, e anche di una delle comunità giamaicane più importanti al mondo.

Un contesto che gli consentì di mantenere ben salde le radici nella sua terra anche a tanti chilometri di distanza con il risultato che le canzoni inserite su "Exodus" diventarono il ponte perfetto tra Kingston e il resto del mondo, un abbraccio virtuale a tutte le culture del mondo.

Marley visse in pieno l'esplosione del punk per le strade di Londra, un genere che se aveva poco a che fare da un punto di vista di sound con la sua musica, portava avanti le stesse istanze, l'osservazione dei reietti e degli emarginati in una società sempre più difficile. Pur spostandosi in diverse zona di Londra il quartier generale di Marley e dei Wailers diventò West London, cuore della comunità giamaicana di Londra. Era lì, a Basing Street, che c'erano gli studi di registrazione della Island dove Bob Marley registrò quello che diventò uno dei suoi album più politici e spirituali, un vero e proprio manifesto della sua arte che gli avrebbe consentito di arrivare ovunque.

Da Jamming a Waiting In Vain, da Three Little Birds, alla titletrack e, soprattutto, One Love, in "Exodus" ci sono alcune delle tracce più conosciute e amate della carriera di Bob Marley.

La perfetta fusione fra la vita prima della Giamaica e una qualche urgenza comunicativa che in qualche modo dalle strade di Londra trasudava nella musica del Marley risorto.

In patria Marley era già un idolo, un'icona, un uomo dalla forte influenza sociale e politica e questo spiega il perché fosse così scomodo.

Un uomo con una visione che, dopo "Exodus", allargò il suo pensiero al mondo intero.