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FAQ:
  14 settembre 2020

On The Road: Si ricomincia

Con lo zaino in spalla, oggi milioni di studenti sono usciti di casa per andare a scuola. E se la loro crescita fosse già iniziata prima di entrare in aula?

Non più (sempre) insieme

Un groppo in gola, la testolina tra le mani e lo sguardo rivolto altrove, per non incrociare l’obiettivo della macchina fotografica davanti a noi. L’aula che ci ospita contiene gli oggetti che simboleggeranno, d’ora in avanti, la rottura col breve passato: luci al neon, lavagne scure con gessi colorati e cancellini di stoffa, veneziane, appendiabiti, sottobanchi carichi di sussidiari e valigette porta-regoli. I grembiuli azzurri e rosa che odorano di pulito e le nuove cartelle comprate per l’occasione sembrano quasi suggellare l’unicità del momento. Sapevo che sarebbe arrivato: i miei genitori me lo avevano spiegato in quei primi giorni di settembre, ripetendo che mi sarei “fatto nuovi amichetti” e rimarcando che “avrei imparato tante cose nuove”. Ma ciò che ora pian piano realizzo, mentre il groppo sale inesorabile dalla gola agli occhi, è che l’essere seduto su quelle seggioline di legno rovinato, avrebbe significato anche e soprattutto separazione, distacco. Dalla famiglia certo, ma anche da un ambiente – quello domestico – in cui avevo vissuto liberamente fino ad allora. Niente e nessuno aveva mai imposto l’obbligo di vestirmi in un certo modo per uscire di casa e di rimanere seduto di fronte a una sconosciuta che avrebbe parlato per ore. Da quel momento e per i prossimi 12 anni, la mia vita mattutina sarebbe cambiata radicalmente, con le ore scandite dal suono di una campana, l’obbligo di rispondere “presente” all’appello e quello di alzare la mano per poter parlare. Varcando la soglia di casa, non ho solamente iniziato il mio percorso scolastico, ma ho inconsapevolmente dato il via al mio processo di maturazione. Di persona, prima ancora che di alunno. In posa, Sorridenti (si fa per dire), Clic. Le lacrime che, dopo aver segnato le gote, scendono verso il colletto del grembiule, bagnano il mio ingresso nel mondo della Scuola.

 Il peso della responsabilità

“Nome di battesimo?”. Benché sappia bene come mi chiamo, l’insegnante ripete la domanda a voce alta guardando la classe, senza degnarmi di uno sguardo, tenendo nell’attesa della risposta la penna ferma sul mio diario. In piedi di fianco alla cattedra, attendo con imbarazzo che scriva la prima nota per essermi dimenticato a casa un quaderno. Per tanti anni fare la cartella ha significato infilare meccanicamente diario, astuccio libri e quaderni. Senza un ordine, senza un senso e, soprattutto, senza ricontrollare che tutto il necessario fosse stato inserito, o che il materiale del giorno prima fosse stato tolto del tutto. Del resto, manuale più o manuale meno, lo zaino è invariabilmente troppo pesante per le mie spalle da preadolescente, che fanno fatica a reggere tutti quei chili di carta e plastica. E pazienza se all’interno non c’è esattamente il materiale che occorre: basterà una carta telefonica per chiamare il genitore che, sentendo a quell’ora del mattino la voce del proprio figlio, risponderà automaticamente “Che ti sei dimenticato?”. Lo stesso genitore che, dopo essere rientrato a casa, dovrà firmare la nota sul diario, scrivendo il suo nome sotto il mio. Nome e cognome che è scritto su ogni targhetta apposta su libri e quaderni, compreso quello che mi sono dimenticato. Sono uscito di casa altre innumerevoli volte scordando, a seconda delle occasioni, la cuffia per andare a nuotare in piscina, o i parastinchi per giocare a calcio. Ma i borsoni sportivi che contenevano tutto il resto - quindi altrettanto ingombranti e voluminosi - non includevano anche il peso della responsabilità di vedere etichettato il proprio nome come disattento, svagato. Solo la Scuola, col suo carico di obblighi quotidiani, diversi ma in fondo sempre uguali, aveva avuto questo potere.

Si ricomincia: in un altro modo, ma finalmente uscendo

Coloro che si perdono sulla strada per la scuola non potranno mai trovare la loro strada attraverso la vita.

(Proverbio tedesco)

“Si ricomincia” è stata la frase che appena sveglio, con la bocca ancora impastata di sonno, mi sono ripetuto appoggiando il piede a terra il giorno in cui riaprivano le scuole. Il tema mi sta particolarmente a cuore, ho faticato non poco a scrivere queste poche righe e, arrivato in fondo, non sono così convinto di essere riuscito ad esprimere ciò che avevo in testa. La scuola è al centro del dibattito pubblico da diverso tempo. Non entro nel merito delle discussioni riguardanti: l’assunzione degli insegnanti, l’organizzazione delle aule, i protocolli da seguire in caso di contagio, ecc. Mi concentro invece su un concetto apparentemente semplice: “Andare a scuola”. Un’espressione che tradizionalmente la maggior parte di noi associa alla didattica frontale, al recepimento di nozioni apprese dentro un’aula, al progressivo approfondimento degli argomenti. Interpretazione vera, ma allo stesso tempo limitata. Sì perché a scuola bisogna andarci. A piedi, accompagnati dai genitori, in bicicletta, con lo scuolabus, in metropolitana o in treno. E quando si è più grandi (e anche più fortunati) in motorino, fino all’automobile. Ma in questo caso gli studenti hanno più anni d’istruzione sulle spalle, sono più abituati appunto ad “andare a scuola”. Ciò che in Italia non è accaduto negli ultimi 6 mesi, per motivi tristemente noti a tutti noi. Ma se non andare a scuola, dai 14 ai 19 anni, può tutto sommato essere tollerabile - nell’accezione a cui facciamo riferimento - non lo è per tutti quegli studenti di età inferiore, iscritti quindi a elementari e medie. Per questi bambini e ragazzini infatti l’“andare a scuola”, inteso come atto obbligatorio di uscire da casa ed arrivare in aula per 5/6 giorni la settimana, implica automatismi e (buone) pratiche, che a noi adulti appaiono “routinarie”, ma che, vista la giovanissima età, per loro non lo sono. Ho cercato sopra di fare un paio di esempi, che mi riguardano. Da un lato la separazione dai genitori il primo giorno di elementari, che ha obbligato me e i miei compagni a comprendere che la realtà non finiva dentro casa, che papà e mamma non sarebbero più stati lì “a portata di lagna”, come nei 5 anni precedenti e come (purtroppo) in questi ultimi mesi. Dall’altro l’organizzazione, sotto la propria responsabilità, del “materiale di lavoro” (diario, libri di testo, quaderni, ecc.). Se non c’è l’obbligo di “andare a scuola”, non c’è nemmeno quello di gestire la propria cartella. Per citare il mio esempio ed essere molto chiari: la nota che mi è stata assegnata non ha posto fine alle “dimenticanze scolastiche” (anche se le ha notevolmente ridotte). Ma mi ha fatto capire che potevo/dovevo organizzare meglio la cartella. Che - vi assicuro – da quel momento in poi è stata fatta quasi sempre la sera prima e che, a parità di libri, ha pesato meno sulle mie spalle. Cartella che ora che sono “grande”, si è tramutata in borsa di lavoro o valigia, a seconda delle occasioni. Ma avrei potuto citare altri obblighi connessi con l’”andare a scuola” e che nulla hanno a che vedere con quanto accade in classe. Ad esempio, credo che molti genitori avranno obbligato i propri figli a farsi sistemare la pettinatura in concomitanza col primo giorno di scuola (aggiungendo “così ti fai vedere in ordine dalla maestra”). Chi di noi, memore del “suggerimento”, oggi non sistema la propria pettinatura prima di andare a lavorare? Ma, al contrario, in modalità “smart working” non è altrettanto attento ai propri capelli? Pensate agli autobus che molti di noi avranno dovuto prendere, che imponeva una certa sveglia e conseguentemente un’organizzazione che, se non seguita, ci impediva di…andare a scuola (in orario).

Tornando agli studenti più grandi, sarà vero che tutti (o quasi) avranno interiorizzato queste “pratiche”, ma non possono affatto definirsi “arrivati”. Montando in sella ad un motorino, oppure salendo in macchina, una volta maggiorenni, inizieranno ad imparare meglio le regole del codice della strada (sperando di non fare troppi danni), proprio perché si devono recare a scuola. Certo, questi mezzi li useranno anche per andare agli allenamenti (di calcio o di danza) o per altro, ma non con gli stessi obblighi che la Scuola impone. Tra gli altri, il farlo durante il trafficato orario mattutino.

Non aver permesso di “andare a scuola”, per così tanto tempo, ha purtroppo impedito a tanti adulti di domani di crescere come quelli di oggi. Perché il valore della scuola non è connesso solo all’efficacia del metodo di insegnamento, ma anche alla sua capacità di traghettare i suoi studenti da una fase più fanciullesca ad una più matura. A cominciare proprio dal fargli uscire di casa tutte le mattine: mi piace pensare che percorrendo quel tragitto, breve o lungo, fatto a piedi o coi mezzi, da soli o accompagnati, gli studenti abbiano imparato a collocarsi nel mondo che li circonda e a conoscere meglio sé stessi e le loro capacità. Non solo per affrontare bene l’interrogazione o la verifica (che tanto ci impaurivano), ma anche per liberare le personalità che in casa non avrebbero potuto esprimersi compiutamente. Un carattere formatosi passo dopo passo, lungo l’unica strada che conduce alla conoscenza.

Bambini/e e Ragazzi/e, in modo diverso, ma pur sempre emozionati e con tutte le (dovute) precauzioni del caso: Si Ricomincia finalmente…ad andare a scuola.


On The Road: Si ricomincia