Logo Radiofreccia

Cerca

Effettua una ricerca nel sito di Radiofreccia

Entra nella
community di Radiofreccia

possiedi già un account?
oppure
FAQ:
  16 aprile 2020
di Nessuno
Nessuno

Radiofreccia File: Bad Girls

Nessuno apre un nuovo Radiofreccia File e ci conduce attraverso la vita di tre 'cattive ragazze' della musica: Nina Simone, Janis Joplin ed Amy Winehouse

Ci sono uomini che scelgono di usare Dio come spiegazione per tutto quello che non capiscono e ce ne sono altri che lo usano per tutto quello che non hanno la forza di cambiare. Il campo dell'arte è uno dei pochi ambiti in cui quegli stessi uomini vengono identificati dalle loro opere anziché dalle loro intenzioni. Non solo identificati, persino giustificati. Si legga alla voce Caravaggio, che da una parte è stato un fotografo su tela con pochi eguali e dall'altra un ricercato per omicidio. Il secondo RadioFreccia File è dedicato alle “cattive ragazze” e se vi state chiedendo com'è che per parlare di loro si parta parlando di Dio, avete tutte le ragioni per aprire una birra, sedervi, e pensare, “fammi capire meglio”. Credo che quando si crede in qualcosa si finisca per accogliere dentro di se anche il suo esatto opposto, perché spesso confondiamo quello in cui vogliamo identificarci con quello da cui non vogliamo essere confusi e così finisce che alla lunga, con l'andar del tempo, ci ripetiamo cosa siamo, cosa non siamo, cosa vogliamo essere.  Cosa siamo, cosa non siamo, cosa vogliamo essere. Cosa siamo, cosa non siamo, cosa vogliamo essere. Chi ama la luce insomma, alla lunga ha bisogno del buio per capire cosa vuol dire perderla.

Chi ama la luce insomma, alla lunga ha bisogno del buio per capire cosa vuol dire perderla.

Siamo in Carolina del Nord, che per ironia della sorte e del nome si trova nel sud-est degli stati uniti. Corrono gli anni trenta, quelli in cui essere nero è più una colpa che altro. Quelli... in cui gli stessi afro-americani hanno dei nonni con ancora fresco il ricordo dei campi di cotone e della schiavitù. La guerra civile era finita più o meno settant'anni prima e sulla statua di Lincoln non c'era ancora la polvere, in ogni senso possibile. In una piccola cittadina di nome Tryon vive una famiglia, gli Waymon. Non se la cavano male, per essere quello il periodo e la carnagione. La madre è una Metodista della chiesa Battista, il padre alterna una serie di lavori. Barbiere, camionista, cuoco, con diversi mestieri la pagnotta a casa ci arriva, per sfamare lui, la moglie e gli otto figli che gli ha dato. 

Sopravvivono anche alla crisi del 1929, quella in cui qualche sciacallo senza scrupoli, come è successo con la nostra di crisi, qualche anno fa, per non sporcarsi, nasconde la sua pila di letame nel ventilatore dell'America. Quando si accende la spia, si sporcano tutti per i misfatti di pochi. Il suono degli anni Trenta di Tryon in North Carolina è proprio quello che si sente a casa degli Waymon. Papà suona la chitarra, l'armonica, dirige un coro in chiesa. Mamma invece suona il piano, canta, e i fratelli e le sorelle sono più o meno tutti impegnati in cori di gospel o blues. Insomma, la musica è una cosa seria in casa, un'istituzione. Anche perché questi sono davvero gli anni del gospel, del soul, della preghiera nera e dell'ugola che tuona sotto le tuniche colorate. La sesta degli otto figli degli Waymon si chiama Eunice Kathleen e quando si siede al piano sono tutti concordi nel dire che è “gifted”, è dotata, ha un dono. Più avanti dirà: "La Chiesa mi ha insegnato il ritmo, e da allora è stata una parte vitale della mia musica. Mi piaceva soprattutto la sacralità di quella musica. Gli incontri di preghiera erano momenti di grande commozione, con la gente che cantava e urlava tutta la notte. La musica che veniva fuori aveva un ritmo incredibile, sembrava come se venisse direttamente dall'Africa [...] Qualche volta le donne dovevano essere portate all'ospedale, tanto erano sconvolte."  

Era musica per pregare insomma, ma anche musica per fare musica. Dopotutto, se credi che la musica sia un dono di Dio, quale omaggio migliore al Padreterno di far fruttare quello stesso suo dono? Eunice Kathleen inizia a prendere lezioni che però costano, e pure parecchio. Sì lei si iscrive per un po'... ma i Waymon non sono ricchi abbastanza, non se le possono permettere. Mettiamola così, se lo si vuole vedere, si trova Dio in ogni evento e qui ce n'è parecchio in quello che capita. Che è un po' come dire che se lo si cerca ardentemente, un bagliore in mezzo al buio sembra sempre di vederlo, poco importa che esista davvero. La famiglia dove la madre di Nina lavora come donna di servizio, si rende conto del talento musicale della figlia e decide di pagarle lezioni di pianoforte per un anno. Se Dio esiste, quell'anno, passa per Tryon in North Carolina, fa conoscere Bach e Mozart ad una bambina di nemmeno dieci anni e sbadatamente non si accorge che non le ha solo pagato delle lezioni di piano, ma le ha anche indicato la strada verso il successo. Il mondo è finalmente pronto per conoscere la voce di Eunice Kathleen Waymon ed i numerosi peccati di Nina Simone.

Dite la verità, questa canzone parlerà anche di sinnerman, peccatori, ma quando parte viene voglia di urlare “Dio C'è”, che non serve nemmeno un cavalcavia per crederci. La ribellione è come un taglio di capelli: i suoi stili cambiano in base al tempo in cui si vive. Gli spari e le insurrezioni, secoli fa. Le gonne sopra il ginocchio, pochi anni fa. L'essere fuori dal tempo, oggi. Facciamo un passo indietro per capire. Si parlava di bambine ribelli. Beh, per una bambina ribelle crescere in una modesta famiglia proletaria della Carolina del Nord degli anni Trenta alla fine non è tanto diverso dal crescere in una famiglia inglese di jazzisti ebreo-polacchi degli anni Ottanta, tolte le ovvie premesse sul contesto. Restiamo sulla bambina, che si affaccia fuori e inizia a scoprire che non è tutto oro non solo quello che luccica ma anche quello che sogna. Si perché quando il Male di Vivere ce l’hai e basta, lo esprimi con i mezzi che hai, negli anni in cui vivi e con il suono che senti, anche se tutto attorno si sparge nell'aria un pop caramellato che rassicura senza però avere un cazzo di cui preoccuparsi. Comodo così.  Insomma, se da piccola ti cantano Sinatra anziché Hank Williams, allora sarà con i calici di champagne che dovrai fare i conti, invece dei fondi di bourbon. Di fine champagne questa bambina ne ha versato tanto, nei calici, in corpo e anche fuori dal corpo, perché per semplice fisica se riempi una bottiglia di una quantità di liquido superiore alla sua capacità, questa da qualche parte dovrà pur venire fuori. E se non hai altre uscite, e quindi non sei comunicante, rispunta fuori da dove entra, come un impianto di fognature troppo piccolo quando fuori c’è il diluvio. Lei comunica tantissimo, forse anche con le bottiglie, ma con noi, con il resto del mondo a bocca aperta, lo fa soprattutto con la voce. Nel 2003, quando spunta fuori, la roba migliore in circolazione nel pop e nel rock è tagliata davvero male. Ma poi eccola, con la cofana di capelli d’altri tempi, la voce d’altri tempi, le modulazioni jazz alla Sarah Vaughn, ed è subito magia. Sì, magia, e lo dimostra la quantità di cloni venuta dopo, perché va bene prendere dal suo stile ma cazzo, da allora, in quante hanno provato ad essere come lei? Talento da vendere, puro, in sacchettini da qualche grammo, con sopra la scritta: Don't know if I'm a bad girl, I am Amy Winehouse. And I only know I'm no good.

Se non fosse un paragone blasfemo, vedi che si torna sempre lì, l'idea di passare dalla polvere del Texas alla sabbia della California equivarrebbe a un viaggio dantesco. Non tanto perché uno sia meglio dell'altra ma per la diversità dei due stati che per stile di vita e approccio alle cose sembrano appartenere a due pianeti diversi. Anche in America a volte inseguono il sogno Americano e c'è una ragazza a cui gli stivali da cowgirl stanno proprio stretti. Non è una questione di taglia, che sia quella dei piedi o quella che ti mettono sotto il cartellone con scritto “Wanted”. No, è una questione di taglio: con i rodei, i cappelli da cowboy, i ricchi petrolieri, i preti e i pastori che sembrano pedine immobili in quel gioco dell'oca chiamato appunto “American Dream”, lei c'entra davvero poco. Amica dei neri in un periodo nero; adolescente dagli ormoni impazziti che si gonfia e si sgonfia come la gola di un rospo, e che da rospo viene additata. 

A scuola veniva chiamata “l’uomo più brutto del campus”, giuro che è vero. A conferma del fatto che la ribellione è sì un taglio di capelli, ce n'è uno per ogni tempo, ma gli stronzi sono come la coda di cavallo: non passano mai di moda. Quella giovane donna a un certo punto capisce che per sopravvivere ha bisogno non di cibo, né di aria, ma di sentirsi libera. È così che inseguire un sogno a volte ti porta nel posto giusto al momento giusto: dopo tante delusioni, quindi riempie il cestino, indossa il cappottino rosso e si dirige verso una foresta di fiori e allucinazioni chiamata San Francisco. La California, appunto. È il 1967 e Peter Albin dei Big Brother and the Holding Company, una band che già dal nome ha qualche sassolino da togliersi riguardo alla società, la nota, quella ragazza con le lunghe trecce bionde, e la invita a mangiare dei biscotti nel suo studio di registrazione. La bimba vede che è tutto molto grande, nasi, orecchie, denti, dischi di soul music, blues, rock’n’roll, microfoni, baffi, spinelli, e inizia ad assaggiare perché è giusto così. Prova caramelle e funghi di tutti i tipi, comprando un biglietto di sola andata per... per... nessuno lo sa davvero. Una cosa è certa: Janis Joplin, bianca dalla voce nera, e ci mettiamo anche Grace Slick quella dei Jefferson Airplane, bianca dalla voce bianca, sono state le prime donne “universali” di quel mondo e ancora oggi tutte, ma proprio tutte, le considerano come il fonte battesimale: non è un bagno che scegli di fare tu, ma che viene da te. Ti ci trovi e con gli anni finisci per dire che una benedizione porta sempre bene, visto quello che c'è in giro, sia essa fatta con l'acqua santa o un rito pellerossa, poco importa. Janis passa di favola in favola, da Cappuccetto Rosso ad Alice nel paese delle Meraviglie. Il Bianconiglio infatti, si è perso, o è caduto in chissà quale dei mille buchi del braccio, smanioso e preso dall'isteria che comincia all'inizio dei vent'anni, quando vuoi mangiare la vita senza forchetta e che all'inizio dei trenta è diventata depressione perché il tuo stomaco non regge già più come prima ed ora devi scegliere bene, un piatto alla volta, da un buffet lungo centinaia di metri. Janis era l’eroina del rock, e le parole non sono usate a caso. Nessuna come lei è così appassionatamente vittima dei tempi e se da un lato tutto ciò ha contribuito a crearne il mito, dall’altro l’ha devastata, tanto che alla fine dei suoi tour più che una ragazza era un involucro di ossa spettinate e rughe sul cuore, sulla pelle sfatta, sulle vene.  Si legga alla voce Amy, qualche decennio dopo. Aggiungi che, indipendentemente dalle sue storie di sesso con Leonard Cohen e Kris Kristofferson, non fa mistero della sua relazione con Peggy, una benestante hostess che è per lungo periodo la sua amante e la sua spacciatrice. Per i bigotti del tempo la bisessualità non è contemplata e quindi Janis diventa automaticamente, tra le comari di un paesino che non brillano certo in iniziativa, parole loro, una “sporca lesbica drogata”. Peccato che, con i suoi tatuaggi e le ciocche colorate, Janis stia cambiando per sempre il percorso della musica, del costume e del femminismo ma, vabbè, a loro interessa gran poco. A noi sì, invece. Quando appare sul palco di Woodstock, ubriaca, fatta, nervosa per la folla immensa, dopo circa dieci ore dal momento in cui avrebbe dovuto iniziare a suonare, attacca la spina alla generazione dell'amore. Mette la firma sui libri di storia e auto certifica le sue dimissioni dalla vita normale. Qua non serve Dio, qua basta provare, magari un po' duramente di quanto si pensa che basti.

Le delusioni formano il carattere delle persone più delle gioie. Forse, semplicemente, perché capitano più spesso o perché quando siamo contenti non ce ne accorgiamo. La vita di Nina Simone, ne è stata piena, di delusioni, e viene da pensare che uno dei motivi per cui spesso ha lasciato prendere il sopravvento alla desolazione ed ai vizi derivati è perché non si accorta di quello che riusciva a creare, del bello in generale ma anche di quella adulta malinconia degli attimi di chi è contento di essere triste. La prima grossa delusione matura, arriva dalla scuola, la Juillard, il famoso istituto di arte, musica e spettacolo a New York, e siamo in piena preparazione al concorso per poter frequentare il Curtis Institute of Music di Philadelphia. Studia, si fa il consueto mazzo, sostiene l'esame, ma non lo supera. "Fu come se tutte le promesse fatte da Dio, dalla mia famiglia, dalla mia comunità, fossero infrante, ero stata ingannata su tutto." Il tempo per lamentarsi non è retribuito oggi, figuriamoci allora. Allora? Allora bisogna mantenersi e quindi via libera alle lezioni private e poi alle serate nei bar di Atlantic City. E queste però, come le dici a mamma? È pur sempre ancora una ragazza di famiglia battista, del Sud. Serve un nome, per nascondersi, in mancanza d'altro. Aveva avuto un ragazzo ispanico che la chiamava Niña, che in spagnolo significa "piccolina". Via la cucaracha e resta solo Nina, che le piace un sacco. Il cognome, Simone, invece, arriva dai film francesi, quelli con Simone Signoret, l'attrice che aveva sposato Yves Montand. È il 1954, e al primo ingaggio al Midtown Club di Atlantic City deve suonare dalle 9 di sera alle 4 di mattina, con una pausa ogni tanto di 15 minuti. A fine serata il gestore le chiede perché non canta. Lei risponde che è una pianista. O canti o te ne vai, ribatte il gestore. Ok canto, conclude lei. Nei dieci anni che seguono la stella si incendia definitivamente: è richiesta, diventa amica di grandi nomi come Miriam Makeba, Coltrane, Adams. Anche altri scrivono e lo fanno per lei. Canzoni belle davvero, come questa, che anni dopo diventerà un successo da ballare ma che nasce, un po' come lei, da una preghiera. Sono solo un'anima di buone intenzioni, Signore, non fraintendermi. Amen, così sia.

Radiofreccia File: Bad Girls


Quando sei la ciliegia più dolce sulla torta, invece, tutti vogliono quella fetta. Dopo il successo all'esordio, Amy sente il fiato sul collo da parte di produttori e discografici di mezzo mondo. Il più veloce risponde al nome di Mark Ronson che vuole una voce come la sua per poter realizzare il suo sogno, quello di rinverdire i fasti della musica soul degli anni sessanta. E ci riesce eccome, vendendo milioni di dischi con Amy in rampa di lancio, come una moto che deve saltare una decina di camion. A onor del vero, Back to Black è un disco fondamentale per la musica degli zerozero. E’ fumoso, denso... è “black”, davvero. È esattamente come una cerimonia funebre e allo stesso tempo un disco allegro, perché festeggia un inizio, più che piangere una fine. Per Amy significa festeggiare l’inizio della fama a livello mondiale, l'inizio della fama e l'inizio della fine. Alcool e droga, si sa, sono come gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica durante la guerra fredda: non vanno molto d’accordo ma nei libri di storia non c'è uno senza l'altra.  La personale guerra fredda di Amy Winehouse è tutta contro se stessa, lei che nel profondo si tormenta come una rissa tra gangster in una limousine, da fuori tutto tranquillo, ma dentro... Secondo la biografa Chloe Govan la spirale che porta in basso l'aveva già tentata, da bambina. A 10 anni, poco dopo la separazione dei suoi genitori, Amy è così scovolta che pensa bene di riempirsi di pillole. 10 anni, ci credi? Fortuna che un amico la trova in tempo. Negli anni, altre frequentazioni non migliorano la situazione, i tabloid fioriscono di foto in ciabatte e con il fermacapelli comprato dai cinesi, magari sul balcone a svuotare il posacenere o a leccare l'ultimo soffio d'aria dai mozziconi suoi o del fidanzato di allora, l’altrettanto esagerato Pete Doherty o quel tossico Blake che sposa e che ama forse proprio perché la distrugge. Di certo non erano da meno i produttori senza scrupoli che la buttavano in studio con una bottiglia di vodka e la chiudevano a chiave. Sarà, di sciacalli attorno ne ha sempre avuti parecchi, e non è escluso che a modo suo li abbia ripagati con amore. E che l'amore sia un gioco a perdere, purtroppo, l'ha capito tardi.

A Janis piace superare i limiti. È come se restare nei ranghi sia soffocante, al limite dell'apnea. E quindi esagera con qualunque cosa: velocità, ama uomini e donne con passione non troppo ricambiata e sempre, sempre, prende una dose in più. Il giocattolo si rompe il 4 ottobre 1970, sedici giorni prima di Hendrix. Droga, alcool, e la Porsche cabrio parcheggiata nel cortile dell’albergo. Per qualche anno l'opinione pubblica si spertica da una parte in tristi commemorazioni per quel talento bruciato in fretta e dall'altra in segreti grazie al Padreterno perchè... “comunque era un cattivo esempio, eh”. Quel fastidioso ronzio all’orecchio che ancora sentiamo, che è ancora lì, pronto ad aggredirci ogni volta che ci sentiamo giudicati per come abbiamo deciso di impostare la nostra vita o, se ci credete, per come il destino ha deciso che sarebbe andata. Bentornati in Texas, the Lone Star State. Lo stato della stella solitaria, del tutto immeritata, per come l’ha trattata. Ma almeno adesso, sappiamo di quale stella stanno parlando.

Napoleone Bonaparte, lo sappiamo, chiuse baracca a Sant’Elena. Amy Winehouse, imperatrice del vetro e della ruggine, invece, sceglie Saint Lucia per provare a non farlo e cercare di affrontare i suoi demoni, e ci va a disintossicarsi dopo un anno passato a ritirare premi e ricevere complimenti. La storia vuole che in questo paradiso ai Caraibi conosce una bambina orfana e decide di portarla via con sé. Secondo calcoli e burocrazia avrebbe dovuto venire a Londra nel 2011, in estate. È in quel periodo che... Che disastro, Amy. 23 luglio 2011, ultima botta di vita. Troppa. La normalità di un talento che fa sembrare tutto facile quello che fa. Tanto copiata, tanto osannata dalla critica. Il destino degli unici è il destino dei soli. Difficili da aiutare perché difficili da capire, difficili da capire perché difficili da riconoscere. Difficili da riconoscere perché difficili da incontrare. Dopotutto stiamo parlando di persone costrette a piangere in pubblico, pensaci. Anche a ridere, quando va bene, ma, insomma, sono cuori di cui la gente pretende le emozioni per sentirsi meno sola. Finito lo show, calato il sipario, ognuno torna al suo pianto perché le lacrime, alla fine, si asciugano da sole.

Ci sono uomini che scelgono di usare Dio come spiegazione per tutto quello che non capiscono e ce ne sono altri che lo usano per tutto quello che non hanno la forza di cambiare, si diceva all'inizio di questo Radio Freccia File che si appresta ad essere chiuso ma non prima di un'ultima storia. Una storia ancora da scrivere. È la storia di tutte le bad girls in erba, piccole e giovani ragazze di fronte allo specchio anche quando non si è costretti in casa come questo periodo, a cercarsi dei difetti che non hanno. Non esiste nulla di più mistico e potente dell'innocenza di una bimba, di quella giovane, femmina, età che porta con sé il futuro di qualcuno dopo di lei, dopo DA lei. È un vento che arriva, è il carico di possibilità che aspettano solo di essere sfogliate. Questo Radio Freccia File è dedicato a tutte le piccole all'ascolto, perché non aspettino mai che qualcuno dica loro quando e come è giusto essere grandi, perché abbiano il coraggio di prendersi quello che desiderano prima per loro stesse e poi per chi ameranno, che spesso ce ne si dimentica. Perché possano sentirsi libere di esagerare senza dita puntate addosso, cosa che noi maschi non sappiamo neanche cosa vuol dire.

Nina, Amy, Janis sono state bambine prima di voi. Dai giradischi di tutto il mondo oggi si alza un blues che nasce dal pianto e vive nel vento, una voce orgogliosa che canta per voi, per ricordarvi che ci vuole coraggio a prendere quello che è vostro, è vero, ma è vostro dovere. È il vostro momento, ed è tempo che tutte possano vivere al volume che meritano. Voglio che ascoltiate bene quello che adesso uscirà dalla radio. Perché, che sia la spiegazione da capire o la forza scoperta di poter cambiare, questo è un miracolo che va oltre il talento: questo è quello che potrete fare, basta solo che siate decise a farlo.

If you can't be good, then be bad, girl.


RADIOFRECCIA FILE, BAD GIRLS - TRACKLIST:


  1. NINA SIMONE - SINNERMAN
  2. AMY WINEHOUSE -YOU KNOW I'M NO GOOD (ACOUSTIC)
  3. JANIS JOPLIN - KOZMIC BLUES
  4. JANIS JOPLIN TRY JUST A LITTLE BIT HARDER (LIVE)
  5. NINA SIMONE - DON'T LET ME BE MISUNDERSTOOD (LIVE)
  6. AMY WINEHOUSE - LOVE IS A LOSING GAME (ACOUSTIC)
  7. JANIS JOPLIN - MERCEDES BENZ (ACOUSTIC)
  8. AMY WINEHOUSE - TEARS DRY ON THEIR OWN (LIVE)
  9. NINA SIMONE - AIN'T GOT NO LIFE (LIVE)
  10. JANIS JOPLIN - BALL & CHAIN

Radiofreccia File – Bad Girls

Puoi seguire RADIO FRECCIA in RADIOVISIONE sul canale 258 del digitale terrestre, 738 di Sky, in FM, Digital Radio, dal sito internet ufficiale, dall’App e dai nostri social!   Sito internet: http://www.radiofreccia.it Facebook: https://www.facebook.com/radiofrecciaufficiale/ Twitter: https://twitter.com/RadioFrecciaOf Instagram: https://www.instagram.com/radiofrecciaof/