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  07 maggio 2020
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Radiofreccia File: Cover Lovers

Nel nuovo capitolo di Radiofreccia File si parla di immagini e delle copertine che hanno fatto la storia del rock

Oggi tentiamo un'impresa impossibile, parlare di immagini, fotografie, alla radio. La questione è semplice, alcune di queste sono talmente intessute nel pensare comune che non serve più nemmeno averle di fronte per parlarne. Non serve andare al Louvre ogni volta che si vuole parlare del quadro più famoso del mondo e il fatto che non abbia nemmeno detto come si chiama ma che abbiate capito lo stesso di quale opera stia parlando, ne è la dimostrazione. Sono immagini che ci appartengono, che abbiamo consumato. Qualche volta con ammirazione, qualche altra con rabbia o magari con commozione. Alcuni artisti considerano la copertina dell'album come una protesi del disco. Altri, addirittura, una protesi di se stessi, un'immagine che riesca a raccontare tutto quello che con il suono non sono riusciti a descrivere. La luce dopotutto non produce rumore percepibile, se si esclude il clic della macchina fotografica. E comunque tradurre la luce in suono richiede competenze più affini alla Normale di Pisa che a uno studio di registrazione. 

Non si tratta solo di luce, spesso anche le sensazioni richiedono un apparato artistico di cui la copertina è il primo biglietto da visita, l'assaggio ed il dessert contemporaneamente. Allora, cominciamo. Come si può trasferire la sensazione, per esempio, di sgomento? Di paura e stupore allo stesso tempo? Con una bella foto, un attimo rubato alla storia. Beh, per fare una foto grande, ci vuole un soggetto grande. Uno come l'LZ 129 Hindenburg: il più grande pallone volante mai costruito nella storia dell'umanità. 245 m di lunghezza (solo 24 m in meno del Titanic), più di 200.000 metri cubi di gas, spinto da quattro motori da 1200 CV che insieme si traducono in una velocità massima di 135 km/h. Insomma, pensate ad una montagna. Una montagna, piena di gas, volante.

È il 1935, in Germania. Il presidente del Reich, Paul von Hindenburg, era morto da un anno ed in suo onore stava nascendo questa struttura innovativa, interamente in alluminio, costruita dalla Luftschiffbau Zeppelin GmbH al costo di 500.000 marchi. 

 L'Hindenburg fa il suo primo volo nel marzo del 1936 e completa una doppia traversata atlantica nel tempo record di 5 giorni, 19 ore e 51 minuti nel luglio dello stesso anno. Ora, avete presente i palloncini che si trovano alle giostre? Quelli cos'hanno dentro? L'elio, che va verso l'alto e fa fare anche i giochini con la voce che fanno tanto ridere. Anche l'Hindenburg era stato pensato per essere riempito con elio, ma un embargo militare statunitense su questa sostanza aveva costretto i tedeschi a utilizzare l'idrogeno che ha tante qualità ma anche il piccolo particolare di essere altamente infiammabile. Il 6 maggio 1937 alle 19:25, mentre l'Hindenburg cerca di attraccare al pilone di ormeggio della Stazione Aeronavale di Lakehurst nel New Jersey, prende fuoco nel giro di mezzo minuto e carbonizza tutto quello che si trova a bordo, comprese 35 delle 97 persone sul velivolo. 

Questo è uno di quei momenti in cui la storia del costume cambia. Vi siete mai chiesti perchè non si vedono più dirigibili in cielo? Beh, il motivo sta anche nello spettacolare rogo dell'Hindenburg. La fiducia del pubblico nelle aeronavi crolla drasticamente, i radiodrammi e le notizie trasmesse prima delle proiezioni al cinema distruggono il mito per costruirne la leggenda. Insomma, è da qui in poi che le persone si fidano di più degli aerei che dei dirigibili. Le fotografie sono l'eco della voce della storia. Portano avanti negli anni lo stupore, lo sgomento, il terrore e il magnetismo che ti impedisce di staccare gli occhi da una montagna di gas volante che prende fuoco davanti a te. Uno scoppio, un'esplosione è anche quella che nel 1969 deflagra dai giradischi di tutto il mondo quando la puntina scende per la prima volta sui solchi di un album che non ha nemmeno bisogno di un titolo per prendersi la scena. Sulla copertina ci sono solo il nome Led Zeppelin ed un dirigibile in fiamme. L'LZ 129 Hindenburg.

“The heaviest band of all time”, li ha chiamati la rivista Rolling Stone una volta. Insomma, quelli che pestano più di tutti. Un anno dopo, nel 1970 i ragazzi sono in tour e conoscono una giovane fotografa. Si chiama Pennie, Pennie Smith. È molto brava con il bianco e nero, ha studiato a Twickenham un po' di grafica e arti varie e poi è inglese, come loro. Gli Zeppelin le commissionano il primo grande, impegnativo e duraturo lavoro della sua carriera: seguirli in tour per tutte le date del 1970. Ci sono fotografi da studio e quelli, diciamo così, da sterrato. Quelli che fuori dal set, dalle luci e dal trucco, aspettano la preda. Dopotutto si tratta davvero di un cacciatore di attimi e la caccia, è questione di attesa. Si tratta di fiuto, nient'altro. Di riconoscere le condizioni ideali per l'accensione di un momento elettrico ed allora avere già estratto la macchina fotografica per immortalarlo. Pare che oggi Pennie Smith viva e lavori in una stazione ferroviaria a West London, ma nel 1979 Pennie si trova a New York, al Palladium Theatre. 

È il 21 settembre e la gente si sta godendo gli ultimi scampoli di un'estate di fine anni Settanta nella Grande Mela. Sul palco stanno suonando le ultime note della serata i Clash, la band che riusciva a far muovere in protesta anche i ricchi. Macchina alla mano, Pennie Smith si trova a bordo palco ed il suo lavoro è quello di aspettare istanti che solo lei capisce essere lì lì per arrivare. Per esempio, guarda il bassista. Quel Paul Simonon è arrabbiato, non si capisce con chi, ma è uno che suona il punk, quelli sono incazzati sempre.... Si muove sul palco nervosamente, sta per fare qualcosa... mah cosa fa... si sfila il basso... vuole abbatterlo sul palc... clic! Per lei è una foto come tante altre, ma due mesi dopo quel concerto il nuovo disco dei Clash, London Calling, è pronto per il mercato e manca solo la copertina. Durante uno spostamento in autobus tra le tappe del tour, Joe Strummer e Pennie Smith sono seduti uno accanto all'altra a spulciare tra centinaia di foto fino a quando arriva, guarda questa. Paul Simonon curvo, a gambe divaricate, nell’atto di percuotere ferocemente il basso contro il palco. Strummer ci legge il punk fatto uomo, la rabbia e l’urgenza di demolire il mondo come si demolisce un basso. È davvero un attimo, un istante. Un'esitazione e non avremmo mai avuto una delle immagini più iconiche di tutti i tempi. Non a caso, in inglese fare una foto si dice “shoot”. È un colpo, è un attimo, è uno sparo nella luce di New York, o di Brixton.

Nello stesso anno in cui esce il disco cardine dei Clash, l'Inghilterra è come un bombarolo in un negozio di orologi. Si guarda attorno per capire da dove arriva il ticchettìo, ma anche lui non scherza. 1979. È l'Inghilterra delle elezioni, le vince la Thatcher, di Sid Vicious che saluta prima di prendere la sua prima lezione di basso. Sono e soprattutto saranno, gli anni della new wave. La nuova onda. Un mondo che racchiude tutti i musicisti che, quando ancora si misuravano col righello nei bagni della scuola, ascoltavano punk. La new wave è come quelle zone franche tra le frontiere dei paesi della vecchia Europa, una valle sonora in cui vale un po' tutto e che quindi attira parecchio chiunque abbia un pronunciato amore per tutto quello che è non solo di nicchia, ma anche un po' nerd, verrebbe da dire esotico se non fossimo comunque a due ore e mezza di volo da qui. Restiamo sul nerd o sugli ambienti, diciamo così, particolari. Prendi l'astronomia. Ad interessarsene c'è Peter Saville, che ha fondato la Factory Records e ha fatto un sacco di copertine famose. New Order, Roxy Music, Pulp e molti altri ancora.

Durante la new wave, faceva artwork: praticamente la quintessenza della supercazzola pre-anni Ottanta. Vabbè, un giorno riceve da una band che sta seguendo un disegno che riproduce le onde della prima stella pulsar che sia mai stata scoperta, un'immagine tratta da una pagina della Cambridge Encyclopedia of Astronomy, nel 1977. Qualcuno, ai giorni nostri, dice che ad essere precisi non si trattava di una pulsar bensì di una stella nata dal collasso di una supernova, che se lo risenti è la metafora perfetta del disagio esistenziale della generazione annichilita dalla noia e dalle droghe sintetiche, come quella bellissima frase di Nietzsche che però ha anche rotto i coglioni, “ci vuole un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. Peter Saville era anche il direttore artistico, non solo il co-fondatore della Factory Records, quando si dice che il talento ha mille facce e non necessariamente musicali o figurative. E infatti è a lui che Ian Curtis consegna quell'immagine perché la elabori per farne una copertina, nonché il titolo del primo album dei Joy Division. Si chiama Unknown Pleasures, come il piacere sconosciuto di un suono che nessuno aveva sentito prima, come una stella che pulsa in lontananza. Noi non lo sappiamo ma da qualche parte, anche adesso, c'è una supernova che esplode di disordine.

Pochi mesi dopo l'uscita di questo disco e poco prima della nefasta piega che prenderanno gli eventi, Ian Curtis partorisce la frase Love will tear us apart, l'amore ci farà a pezzi, destinata a tappezzare per primo il luogo in cui riposa e poi di seguito, milioni di t-shirt sbiadite dall'ora di ginnastica. Nel 2002 la rivista musicale Q ha stilato una classifica che elenca le 100 migliori fotografie della storia del rock. Al primo posto, per vostra informazione, regna l'incazzatura di Paul Simonon, il bassista dei Clash, mentre schianta la rabbia sul suo quattro corde e sulla copertina di London Calling, di cui sopra. Bene, al secondo posto, sempre secondo questa rivista, invece c'è quella che avrebbe dovuto essere una copertina, ma che poi invece, ciccia. È il 1974 ed un artista molto in voga tra le rock star dell'epoca, tale Guy Peellaert, belga, si sta occupando della copertina dell'ultimo lavoro di David Bowie, Diamond Dogs. L'album si chiama così perchè Bowie aveva letto 1984 di Orwell e ne era rimasto molto colpito: aveva pensato a come sarebbe stato un mondo governato da cani-diamante, dispotici e tiranni. Non ci sono più gli Spiders from Mars a suonare con lui, adesso cani a tutta birra.  La copertina è un'intuizione di Bowie, guarda un po': l'idea che dà a Pellaert è di ritrarlo in un modo quasi fumettato, metà uomo e metà cane. Per dovere di cronaca, sappiate che ci furono diversi problemi di censura perché si vedevano i genitali ibridi del personaggio, ma lì sai cosa facciamo, un bel giro di aerografo pubico e tutti sistemati. Bowie in quel periodo è una macchina da lavoro, anche perché le sue energie arrivano anche da svariati aiutini stupefacenti e quindi decide di realizzare una campagna fotografica di ripiego, nel caso in cui il risultato finale non gli fosse piaciuto. Insomma, una copertina di scorta. In questo shooting Bowie è seduto con una specie di sombrero teso in testa, tacchi vertiginosi e tiene al guinzaglio un enorme cane che ad un certo punto non si sa cosa vede e decide di imbizzarrirsi. Si alza sulle zampe posteriori ed inizia ad abbaiare come un ossesso. “In studio ci spaventammo tutti, tranne Bowie. Non si scompose neanche per un attimo e il risultato furono questi impressionanti scatti”. Parola di Terry O'Neill, il fotografo. E ti credo che non si scompose. Uno, era a tanto così dall'essere primo in classifica e si sa che l'uomo era sensibile alla questione e due, ve l'ho detto. In questo 1984, sono i cani a comandare.

Non esiste persona sulla terra che non abbia in mente la copertina di Sergeant Pepper dei Beatles. È esposta in ogni parte del mondo, oltre che in ogni collezione di vinili che si rispetti. Sappiate che come in tutte le belle storie, nasce per da un incontro al posto giusto, al momento giusto. Allora, è il 1967 e l’idea di base è di McCartney: deve esserci dentro, per usare parole sue, “tutto il mondo intero”. L’incarico viene affidato ad un agenzia di pubblicità, che suggerisce una copertina “apribile”, con i testi stampati nella back cover per la prima volta nella storia. Sempre per la questione che, 'sti quattro, hanno inventato praticamente tutto. Torniamo in agenzia, due giovani olandesine sono alla grafica, Paul e John si fidano ma il risultato che esce alla fine è troppo convenzionale per cui “ciao ciao tulipani”. Spazio all'incontro di cui sopra, allora: il loro amico Robert Frasier, uno dei più importanti mercanti d’arte di Londra, spiffera ai Beatles il nome di un giovane artista pop, Peter Blake. Un drago del collage che però per Sgt.Pepper’s ha un'idea diversa, rivoluzionaria. 

Ok, pensate alla foto della cena di classe. Ecco, normalmente già così è un casino, c'è quello che finisce di mangiare, quello che beve, i due che stanno per limonare, ecc. Pensa cosa deve essere stato creare questa scena: il Sergente Pepe e la sua Banda in un parco, mentre ricevono la visita del primo cittadino della città. Già, difficile, infatti viene scartata. Meglio un sacco di facce dietro alla band, proprio quello che McCartney voleva. "Il mondo intero in uno scatto".

La lavorazione richiede circa una quindicina di giorni: Blake prepara dei modelli ad altezza d’uomo in cartone che occupano in profondità circa mezzo metro. Davanti a loro, una fila di manichini di cera. I Beatles, quelli veri invece, stanno su una piattaforma con una batteria di fronte e più avanti un tappeto erboso con tanto di composizione floreale. Tutta l’installazione stando a quanto dichiarato da Blake era profonda quattro metri e mezzo circa. Pare che avesse anche chiesto alla band di mettere i loro oggetti preferiti in scena. Bell'idea, peccato che Paul decide che i suoi oggetti preferiti erano degli strumenti musicali e fa arrivare un camion di corni francesi e trombe. Ecco, too much. Andiamo di nuovo ai personaggi, chi ci mettiamo là dietro?  Degne di nota, le storie di Lennon che amava provocare e quindi all'inizio propone dapprima il Fuhrer e Gesù, per poi ripiegare su Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, Lewis Carroll e altri tra cui Gandhi (però cancellato su richiesta della EMI per evitare casini con l'India). A proposito di India, George butta lì qualche guru; Paul va sull'effetto nostalgia con gli idoli dell'adolescenza, Marlon Brando, James Dean. Ringo, scheda bianca. Astenuto. C'è anche il problema delle liberatorie, ci pensa Brian Epstein in persona. A quanto sembra dalle cronache una formalità, senza troppi intoppi. Sì perché dietro ad ogni opera d'arte si cela un vero e proprio dedalo di burocrazia, documenti e permessi. A volte sull'accettabilità dell'opera stessa. Prendi la censura, che ha fatto danni ma anche miracoli perché senza un pensiero bigotto non avremmo mai avuto qualche bel fuoco d'artificio. Vedi i testicoli canini di Bowie sulla copertina di Diamond Dogs, ma non solo e per scoprirlo torniamo un attimo al Sergente Pepe, anzi ad una delle sue parodie. Si chiama “We’re Only in It for the Money” cioè “Lo facciamo solo per soldi” e quando esce, allude a una provocazione secondo cui la vicinanza dei Beatles a tutta la storia del pacifismo, del flower power fosse solo per un ritorno economico, diciamo di pubblicità.

L'idea iniziale è presa in giro dichiarata del collage di Sgt. Pepper. La casa discografica, che non vuole problemi, decide però di pubblicare il disco con la foto incriminata all’interno dell’album e in copertina invece metterne una della band ma anche questa è troppo simile a quella dentro Sgt Pepper per non coglierne la presa per il culo, anche perché ritrae la band con la stessa posa dei baronetti, ma vestiti da donna. Il progetto dissacrante di Frank Zappa and The Mothers of Invention comunque si concretizza nel 1986, quando la Rykodisc decide di pubblicare «We’re only in it for the money» con la copertina originale, quella dove il Mothers è scritto con carote e meloni anziché con i fiori. “Flower Power sucks”, il Flower Power fa schifo! Lo dice lui stesso in questa canzone che riassume tutto quanto Zappa, compreso il coraggio di farsi beffe del sogno hippie, dell’estate dell’amore, della controcultura, addirittura dei Beatles! In due parole: Absolutely free.

Lou Reed era il re della strada ma il suo trono era il tavolo in fondo, la caverna di vetro e perdizioni dove pochi erano ammessi alla corte del laccio emostatico. Quante notti a cercare di trovarsi, sperando di sbagliare e perdersi, al fianco di un mondo di ombre e corpi nudi. La sua vita è un girone dantesco, un vortice di peccatori che sfiorano l'impressione di redimersi, che scompare appena la tocchi. Lo Duca mio, anzi suo, direbbe Dante, è stato il genio allampanato di o l'impressione di redimersi, che scompare appena la tocchi. Lo Duca mio, anzi suo, direbbe Dante, è stato il genio allampanato di Andy Warhol. Sulle porte della Factory c'è davvero da immaginarsi che ci fosse scritto: “per me si va tra la perduta gente”. La copertina di The Velvet Underground and Nico rientra nelle indimenticabili per la sua semplicità e l'immediatezza, per la sfacciataggine di un doppio senso che per la prima volta non fa finta di nascondere neanche per un secondo, anzi. Ti dice proprio cosa farci: “Peel slowly and see”, sbuccia lentamente e guarda, la banana rosa che sta sotto. Il giro di Warhol tira dentro attori, attrici, spacciatori, artisti. Tutto quello che incontra, come un tifone che sniffa la gente. Tra questi c'è un certo Joe Dallesandro.  Joe fa il modello ma anche l'attore porno, fa qualche marchetta qua e là, diciamo che si arrangia. In realtà lo conoscete già. È che non lo associate al volto. “Little Joe never once gave it away, everybody had to pay and pay”, è lui quel piccolo Joe del walk on the wild side. In quegli anni, a qualche chilometro di distanza, le pietre stanno rotolando e diventano dita appiccicose quando arrivano a cercare la creatività di Warhol oltre oceano. Hanno bisogno di qualcosa di shocking, per l'uscita di Sticky Fingers. Warhol si volta e nel suo letto c'è Joe Dallesandro che è uno che buca lo schermo. Non necessariamente con il sorriso mettiamola così. La foto mostra un paio di jeans scuri vista pacco gonfio, con una cerniera vera che si abbassa in stile “peel slowly and see” e tutti credono che il bacino ritratto sia quello di Mick Jagger. Uhm, sorry. It's Little Joe, anche se a giudicare dalla fotografia. Not so Little.

Quello che si diceva all'inizio di questo viaggio riguarda tutto quello che il suono non può esprimere, ma che la luce sa sottolineare. Dove non può arrivare una chitarra, solo un fascio di fotoni va a reclamare il giusto spazio del suo racconto. Siamo fatti di luce e tempeste interiori, siamo fatti di pasti consumati al sole, siamo fatti di fuoco e d'assenza. Abbiamo un monte di immagini e fotografie nel cuore e nella testa, scatti che ci hanno segnato e che ogni tanto preferiamo non vedere perché poi, chi si controlla più. La luce impressa rimane per sempre e aiuta a combattere il vuoto di chi non c'è ancora ma soprattutto di chi è già passato e vorremmo fosse ancora qui. La fotografia è la nostra presunzione di farcela contro il tempo e siccome siamo corpi con dentro un'anima la presunzione raddoppia, e la sfida al tempo è talmente superba che fotografa in nome della bellezza. Che anche se non il nostro nome, qualcosa resterà. Sarà come arredare le stanze del tempo. Questo RadioFreccia File è dedicato alla vostra foto nascosta nel portafoglio, al pezzo di carta per cui potreste uccidere.

Ai colori delle canzoni, quelli che aiutano anche noi che non sappiamo nè dipingere, né mettere a fuoco. A chi si è commosso di fronte a un fotogramma, che portiamo in giro tutti giorni la copertina della nostra storia, ma pochi di noi se ne ricordano. Per ogni canzone, una diapositiva che scorre. Per ogni uomo o donna che senta di appartenere ad un suono c'è un flash che li porta nel centro della luce. In quest'ultima foto la luce si mischia col calore che produce. Due uomini si stringono la mano e parlano d'assenza. Di chi non c'è più, di chi si è perso nella sua tempesta, di chi brucia nei ricordi di qualcuno che ne custodisce, appunto, la foto all'interno del portafogli. Ma non solo. Parlano delle cose che diamo per scontate, come la sensazione del tempo che passa veloce perché ci si vuole bene, che arriva di colpo, non si fa annunciare e quando se ne va si porta via tutto il bello che c'era prima. Questo viaggio si chiude come si è aperto. È un istante, un attimo, è un'intuizione di ha capito che sta per succedere, che dobbiamo tenerlo, che eccolo. Clic.

Radiofreccia File: Cover Lovers

Tracklist Radiofreccia File Cover Lovers:


  1. Led Zeppelin - Good Times Bad Times
  2. The Clash - Guns Of Brixton
  3. Joy Division - Disorder
  4. David Bowie - 1984
  5. The Beatles - A Day In The Life
  6. Frank Zappa - Absolutely Free
  7. Velvet Underground - There She Goes Again
  8. Rolling Stones - Dead Flowers
  9. Pink Floyd - Shine On Your Crazy Diamond


Radiofreccia File - Cover Lovers

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