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  23 aprile 2020
di Nessuno
Nessuno

Radiofreccia File: I solisti del motore

Agostini, Nuvolari, Regazzoni e tanti altri nel file aperto da Nessuno con una colonna sonora a tutta velocità!

Cercare di spiegare il motivo per cui un essere umano si lancia volontariamente a trecento all'ora su un paio di gomme sottili, con addosso solo una tuta, è come cercare di spiegare perché un cavallo non dovrebbe fare l'autista di camion. Non ha senso, vero? Esatto, non c'è un senso. Almeno, un senso logico. La logica con le corse non c'entra, le più grandi imprese del motociclismo e dell' automobilismo, lo sappiamo, sono il risultato di una lucida follia e una geniale incoscienza allo stesso tempo. Nelle corse comanda la pancia, quella bassa per la precisione. Lauda diceva che un’auto, soprattutto un’auto di Formula 1, si guida con il cervello ma si sente con il culo perché è con il culo che si capisce cosa va e cosa non va. Se poi si scava nella testa di quei matti che si lanciano volontariamente a trecento all'ora su un paio di gomme sottili, con addosso solo una tuta, un motivo lo si trova anche, ma bisogna accettare che siano e siamo persone innamorate di qualcosa di superficiale. Correre non è un'opera di solidarietà, non è una scoperta scientifica, non salva delle vite. Anzi, le mette in pericolo.

E allora, perché? Dov'è il senso?  Iniziamo col dire che, se c'è una cosa che ci accomuna a ogni latitudine, è che possiamo scegliere il percorso ma di certo non possiamo sapere fino a quando ci terranno le gambe. Allora su questo siamo d'accordo, diventa una questione di principio. Visto che un giorno la bandiera a scacchi arriva per tutti, meglio scegliere di non morire di noia. C'è una canzone di Giorgio Faletti che si chiama L'Assurdo Mestiere, che dentro contiene una preghiera che sembra scritta per tutti noi, ma che in questo File assume un significato diverso, da dedicare ai solisti del motore. “Mentre decidi ogni premio e ogni castigo, mentre decidi se son buono o son cattivo, fa che la morte mi trovi vivo.”

Chi va veloce è un fascio di nervi aggrappato a manopole di cuoio appiccicoso, uno che quando scende dalla sella o esce dall'abitacolo pensa che “purtroppo, adesso comincia la vita” e invece prima era veloce, più veloce, a trecento all'ora su un paio di gomme sottili, con addosso solo una tuta, che quando tutto si ferma, ed è un attimo, è così che si deve sentire il vento.

Tra la strada e la pista corre la stessa differenza che c'è tra la televisione e la radio. La prima è quella vestita bene, la seconda è quella brava a fare l'amore. Quando però strada e pista sono la stessa cosa allora accadono i miracoli o per meglio dire, all'uomo viene data la possibilità di farli, e qui potete smettere di pensare all'incontro tra un bell'abito e i numeri da lenzuola. Torniamo coi piedi per terra, magari sui quei tre pedali che consumiamo tutti i giorni sotto il volante. Togliamoci subito l'ipocrisia di negare che non abbiamo mai provato a spingere la macchina quando non dovevamo. L'abbiamo fatto, è sbagliato, ma l'abbiamo fatto. Per vedere cosa si prova, cosa si vede, come si vede, come appoggia in curva, se le gomme fischiano, se quello a fianco stacca prima o dopo, se l'uscita dalla rotonda sfigata che facciamo tutti i giorni durante il casa-lavoro la riusciamo a fare più veloce. Insomma, abbiamo voluto rendere la strada una pista, una corsa. Beh c'è qualcuno che lo fa davvero, lo ha fatto per anni e tutt'oggi si prepara per un appuntamento fisso. Qua parliamo di matti veri, vi avverto. Ma leggendari. 

Una delle più folli, pericolose e spettacolari corse su strada è senza dubbio il Tourist Trophy, che si tiene ogni anno sull'isola di Man, un tappo di terra che galleggia a metà tra Inghilterra ed Irlanda del Nord. Quando si atterra qui, la prima cosa che si vede fuori dall'aeroporto è... una statua. Ad accogliervi infatti c'è l'eterno sorriso (eterno perché scolpito, mica perché era così di carattere) di Joey Dunlop, che di questo circuito detiene il record di vittorie. È ritratto in sella alla sua moto, braccia conserte, casco appoggiato sul serbatoio e sguardo fisso per sempre sull'orizzonte dell'isola. Il trofeo del TT rappresenta un mercurio alato in equilibrio su una ruota gommata, è molto bello, non la solita coppa che se gli cambi la targa potrebbe essere quella di latta del torneo di calcetto estivo in oratorio... ecco, Joey Dunlop, tanto per capirci, ne ha portati a casa 26. Come ha fatto? Beh, Giacomo Agostini, che ne ha vinti solo, si fa per dire, dieci, al riguardo del Tourist Trophy ha detto: "Per vincere qui occorre fare le curve lente piano e le curve veloci forte". Facile no?  Quello che non dice è che il circuito nel resto dell'anno è la normale strada che percorre l'isola e quindi durante la gara il casco sfiora le case, accarezza i muretti, pettina i campi e se possibile, evita le scogliere. Il tutto, ad una velocità media di 200 e rotti km/h. Media, il che vuol dire che ci sono dei punti che si affrontano anche a 280, dove la moto vola nel vero senso del termine, cioè si stacca da terra. In strada, sui dossi dove il record di salto è di un metro e venti da terra. Ripeto, con la moto, su strada pubblica. Non puoi essere “normale” per correre qui. Ma d'altro canto di normali, sull'Isola di Man, non ci sono nemmeno gli animali, figurarsi gli uomini. Quello che non tutti sanno è che i gatti dell'Isola di Man non hanno la coda. Probabilmente è questione di geni che non si sono diffusi o mischiati perché un'isola è un'isola e non ci sono collegamenti, ma quanto è bello pensare che sia perché i gatti la tirano a sé per paura dei piloti che sfrecciano? Il TT è stato Gran Premio della Gran Bretagna da quando esiste il Motomondiale, dal 1949, fino al 76, ma poi guarda caso è stato giudicato troppo pericoloso. Joey Dunlop normale non lo era per niente, per averlo vinto 26 volte. Il Belfast Telegraph con un sondaggio tra i lettori lo ha nominato il più grande sportivo della storia dell'Irlanda del Nord. 

Quando corre, guida la Honda numero 3 ed è molto superstizioso: durante le gare indossa sempre una maglietta rossa e un casco con una livrea gialla bordata da filetti neri. “It's the usual death trap”, ha commentato una volta a chi gli chiedeva che sensazioni avesse prima di correre quell'anno. È la solita trappola fatale. Quando non ha più potuto correre, quella pellaccia l'hanno ricalcata per lasciarla lì dove è diventata eterna, tra le case, i muretti, i campi e le scogliere, appena fuori dall'aeroporto. Si perché Dunlop la pellaccia l'ha sempre portata a casa, almeno dall'Isola di Man. Perché basta una volta. A Tallin, in Estonia, è quella volta. La gara è bagnata, perde il controllo della moto, finisce a tutta velocità contro gli alberi e saluta senza parlare, come ha sempre fatto. Era uno silenzioso, introverso, era fatto... d'asfalto. Il giorno della sua morte, i funerali sono in diretta in televisione in Irlanda del Nord. Alla cerimonia ci sono migliaia di persone e quel giorno viene dichiarato pace nazionale, l'unico giorno di pace nazionale in un secolo di guerra civile. Dite la verità, già così si inizia a capire qual è, se c'è, quel senso assurdo nelle corse.

Restiamo sull'isola. Tourist Trophy del 1965. Una delle imprese del motociclismo di tutti i tempi la scrive Mike Hailwood, detto Mike The Bike, Mike la moto, perché erano una cosa sola e infatti il Tourist Trophy l'ha vinto 14 volte, oltre a 9 mondiali su pista e tanto altro. È stato il primo grande avversario che Agostini abbia battuto e sì sa che nessun grande eroe nasce se non c'è un grande avversario. Ma in questa giornata succede l'impensabile. A metà gara, in una giornata in cui scendono acqua, grandine, nevischio e nebbia, perché siamo nel Regno Unito e qui ti abbronzi solo col riflesso delle grondaie, Hailwood al comando della classe 500 cade, più o meno a 200 all’ora. Evita miracolosamente alberi, pali e muretti e dopo una lunga strisciata sull’asfalto finisce fra il pubblico. Piove, è stordito al suolo, la tuta a brandelli. Stiamo parlando di quattro costole, un dito della mano e due dita del piede fratturati, oltre alle escoriazioni varie, ma lui questo non lo sa ancora. Qualcuno tra il pubblico fa la cosa più naturale da fare ad un pilota nelle sue condizioni. Come? In che senso “chiama i soccorsi”? Tsè...Gli porge una boccetta di whisky ed una sigaretta, tranquilli, già accesa, con un coro indemoniato che lo acclama e lo incita a risalire in sella. Non sono tanto loro, quanto la notizia che Agostini intanto è in testa che lo spinge a rimettersi in piedi e a sollevare la moto... 200 kg... Il motore fuma, la moto gronda olio e benzina, alcuni pezzi della carena sono in frantumi. Quello che resta viene tolto con un paio di cazzotti. Poi a calci invece, Hailwood sistema il manubrio ed elimina la leva del freno posteriore, che penzola e tanto è il freno, mica lo usi troppo. Riesce ad accendere, con tre giri alla fine della gara, il che vuol dire ancora circa 180 km da percorrere. Parte e le divinità della moto, se esistono, le sudano tutte per non far schiantare un pazzo che con il nevischio si lancia sul rettilineo a 250 all'ora, mezzo rotto, nel 1965. All’ultimo giro, Agostini è a tiro e la sorte premia gli eroi. Stavolta subito, invece che dopo anni come nelle odissee a cui siamo abituati. La quattro cilindri di Ago si pianta e Mike Hailwood vola verso il trionfo e verso il quinto mondiale. Tagliato il traguardo, Mike sviene fra le braccia dei meccanici che sostengono quest'uomo per quel che resta della tuta, che gronda sangue, sudore, coraggio e dinamite.

Radiofreccia File: I solisti del motore

Tutti si ricordano di Hailwood ma qualcuno più degli altri. E con lui saltiamo anche giù dalla sella e saliamo sulle monoposto, perché Mike The Bike non si è fatto mancare niente e anche con le quattro ruote era un vero drago. Nel 1973, l'Inghilterra lo fregia della George Medal, il più alto riconoscimento britannico al valor civile e nello stesso anno si corre sul circuito di Kyalami, GP del Sud Africa, dove Clay Regazzoni, pilota svizzero della BRM, è coinvolto in un incidente spaventoso e mentre la sua auto prende fuoco, sviene. Senza pensarci un attimo Hailwood, che sopraggiunge, si ferma e si getta tra le fiamme cercando di slacciare la cintura di sicurezza di Regazzoni, con il piccolo particolare che il fuoco è fuoco per tutti, e quindi anche la sua di tuta comincia a bruciare.  Hailwood si agita e viene quasi da ridere a pensare alle poco eleganti esclamazioni che avranno riempito il suo casco inglese, ma non si da per vinto.Ritorna nell'abitacolo e tira fuori lo svizzero, salvandolo dalle fiamme. Eh, Clay Regazzoni è uno che un paio di ciocchi grossi, in carriera, li ha fatti.

A Indianapolis nel 77 per esempio esce di pista e sbatte contro le reti metalliche che sparano la sua macchina in aria facendole fare un pirotecnico giro della morte. Macchina distrutta. Pilota illeso. Regazzoni sopravvive e fa pure il figo. Prende sotto braccio un pezzo del motore che si è staccato dal telaio e lo porta ai box sollevando i baffoni in un sorriso condito dalla folla in delirio. Baffoni che erano il tratto distintivo anche di un altro leone delle gare. Non a caso lo chiamavano proprio così, il Leone d'Inghilterra, Nigel Mansell che nel 1984 decide di farsi ricordare tagliando il traguardo in un modo che un pilota non si sogna di fare neanche nei peggiori incubi e cioè, a piedi. Spiego. Siamo a Dallas, prima e ultima volta di un GP d'America devastato da una cappella dietro l'altra nell'organizzazione. Problemi di sicurezza nelle vie di fuga e poi di temperatura: fa un caldo assassino. 38 gradi all'ombra. A cui devi aggiungere i motori accesi, e i fumi.

Nota divertente: Keke Rosberg per l'occasione si fa mettere a punto un casco refrigerato da duemila dollari. Infatti, è l’unico che vuole gareggiare davvero. Nelle qualifiche già funestate da mille incidenti Mansell fa il miglior tempo con la Lotus, prima pole position in carriera. Faceva talmente caldo che pare che Nelson Piquet abbia dichiarato: non sono sicuro su chi si romperà prima, se le macchine o i piloti. Vabbè, per sfuggire alla canicola la corsa viene anticipata alle 11, il warm-up alle 7 di mattina. Jacques Laffite per protesta si presenta direttamente in pigiama dall'albergo, un casino, c'è anche Lauda che organizza la sommossa dei piloti e chiede di intervenire sull’asfalto che per via del caldo e delle sollecitazioni delle macchine si sta sgretolando. L’organizzazione fa colare il cemento a presa rapida, roba da matti. La corsa insomma parte, vi dico solo che di 26 piloti che partono ne arrivano al traguardo 8, e non tutti come dicevamo, nel modo che pensate. E infatti, succede quel che succede.

In gara è un ritiro dopo l’altro, Warwick, Tambay, Alain Prost. Fino a quando gli tengono le gomme Mansell lotta con Keke Rosberg e la sua testa infilata nel frigo bar, poi gli pneumatici della Lotus vanno a farsi benedire e così anche cambio e trasmissione. All'ultimo giro, a pochi metri dall'arrivo, la macchina si pianta del tutto. Ma il traguardo è lì, lo si vede, anche se il caldo fa quell'effetto che in lontananza annacqua tutto e adesso sembra tanto un'oasi distante. Beh, sapete Mansell cosa fa? Mette in folle, scende dall'auto e la spinge. Badate bene, non serve a niente, è pericoloso e proibito dal regolamento ma un pilota la gara la finisce sempre. A un soffio dal traguardo, stremato da due ore di gara e dal caldo atroce, sviene sulla linea dell'arrivo e si accascia a terra privo di sensi. Secondo le stime, nell'abitacolo di Nigel Mansell alla fine della corsa c'erano 55 gradi. Quando si sveglia, da una parte la beffa del “sei arrivato sesto” e dall'altra la gente a suoi piedi per quel ruggito da leone in un caldo da savana d'asfalto e benzina.

Di piloti ce ne sono stati tanti e tanti ce ne saranno, ma sostanzialmente secondo me ne esistono due categorie. Quelli della strada “dietro” di loro e quelli della strada “davanti”. Cioè quelli che sono passati... e quelli che “eccolo, eccolo...”. I secondi sono quelli che la gente aspetta col fiato sospeso, si assiepa, si arrampica e neanche grida, ma latra, un sussulto di vita a chi sta sfidando cose più grandi di loro. Ecco, uno di questi, uno di quelli che la gente aspetta, che lo sente arrivare, viene da Mantova, da Castel D'ario per la precisione, e si chiama Tazio Nuvolari, il Nivola. È quello che D'Annunzio chiama “il mantovano volante” e che Lucio racconta tanti anni dopo che è già passato che con l'alfa rossa fa quello che vuole, dentro al fuoco di cento saette.

1935, Germania, Nurburgring. Siamo in quella Germania col baffetto che si sta organizzando per l'assalto al mondo libero. Hitler c'è ed è in tribuna, e non vede l'ora di assistere all'annunciato trionfo di Mercedes e Auto Union che per quei 22 giri e 502 km mettono in pista 9 frecce d'argento pilotate da Von Brauchitsch, Caracciola, Fagioli, Lang e Geier da una parte e Stuck, Varzi, Rosemeyer e Pietsch dall'altra.  Le tedesche sono all'avanguardia, hanno un centinaio di cavalli in più a disposizione ma quest'epoca è ancora quella del talento puro, non ci sono giochini elettronici, controlli di trazione e frenata. A cantare, solo pistoni alimentati col sangue. Tazio Nuvolari, nel cuore di chi vi parla, rimane il più grande pilota di tutti i tempi. E il motivo è che è stato il primo a portarci in pista tutti, alla domenica. Con i nostri sbagli al lavoro, le sfighe, le parole che ti scappano per il nervoso che porti a casa, gli accidenti. Dentro l'abitacolo, dove il naso si ritrae per la puzza di olio e gomme bruciate, ci siamo tutti. Nuvolari è il primo che la gente la infiamma, perché non fa finta, corre per se stesso. Un po' per dimenticarsi dei lunedì, un po' per provare a sorpassare anche quelli. Il pubblico, quel giorno, è stimato attorno alle 300mila persone. Tazio guarda e in mezzo a tante bandiere tedesche ne nota una... italiana. È tutta lisa, consunta, sporca e bucata.  Sembra messa lì solo perché si deve. Allora chiama uno della scuderia e gliela indica. “La vedi quella?” “Si, Tazio”. “Bravo, trovane una pulita, cambiala”. “Ma come cambiala, perché?”. “Perché oggi vinco io.”

Tutti dentro all'abitacolo, col pilota, te l'ho detto.

Si parte sotto l'acqua. Caracciola “mago della pioggia” schizza in testa, Rosemeyer secondo e Nuvolari terzo a mettere pressione... e infatti Rosemeyer ciocca quasi subito, boom, barriere, ruota piegata. Sì perché il Nuvola è una bestia già dai box. È uno che va dagli altri e gli fa: “L'hai fatto testamento?” Giusto per mettere in chiaro chi è qua che ha paura. Al decimo giro è già in testa ma a quello successivo, il fattaccio: pit stop. Cosa succede, eh. I meccanici per la foga rompono la pompa a mano della benzina e devono travasarla in recipienti piccoli per fare il pieno. Quando riparte, è sesto e parte all'inseguimento.  Al 13° giro prende Stuck, al 14° Fagioli, dai box gli dicono di fare attenzione alla macchina, alla trasmissione, ma... la bandiera, ricordatevi sempre la bandiera.

La potenza delle auto tedesche, quel centinaio di cavalli in più, è un problema... per loro però, perché la differenza tra le zone bagnate e quelle asciutte del circuito stressa molto le gomme. E poi, Nuvolari negli specchietti è uno che lo riconosci da lontano. Maglia gialla e alfa rossa, e piano piano eccome se lo riconoscono, tutti quanti, fino al primo. Davanti c'è solo Von Brauschitch, buon pilota, e suo ammiratore. Il tedesco non regge la pressione. Sa chi, anzi cosa, sta arrivando alle spalle e allora guida al limite. Oltre il limite e distrugge, letteralmente, le gomme a mezzo giro dalla fine. Aveva 24 secondi di vantaggio e Nuvolari arriva come una sentenza, vola, vola, vola sul traguardo, di fronte al silenzio assordante del regime tedesco, della Germania col baffetto e dei suoi kapò. E adesso, fuori il tricolore perché ha vinto ancora lui, il mantovano volante, quello basso di statura, al di sotto del normale, cinquanta chili d'ossa, quello dal motore che mette paura perché è feroce, mentre taglia, ruggendo, la pianura.

L'etimologia della parola pilota è strana: letteralmente significa “colui che scandaglia col piombo la profondità del mare”. Beh, dall'acqua alla strada è un attimo se una volta nella vita avete guardato sorridendo un rettilineo di fronte a voi. Abbassando la visiera di un cappello, sistemando lo specchietto, impugnando il volante. Fare il matto per strada non si può e non si deve, è banale quanto necessario ripeterlo. Ma la danza dell'auto o della moto tutto sommato, un po' artisti ci ha fatto sentire tutti, almeno una volta. Anche se siamo solo uomini, mica piloti. Quelli vivono per sempre. Vi ricordate della domanda all'inizio? Correre non è un'opera di solidarietà, non è una scoperta, non salva delle vite. Anzi, le mette in pericolo. E allora, perché? Perché? Perché abbiamo paura. Perché la vita fa paura, perché persino farcela fa paura. E ogni tanto basta davvero un piccolo dubbio, un'ombra proiettata sulle sicurezze che abbiamo così faticosamente costruito. È questa l'importanza delle corse, è la testimonianza di un prodigio fatto di sola e consapevole volontà di superare un limite, di danzare con la morte, di avere anche solo la sfacciataggine di invitarla al ballo. E dopo aver visto un casco che sfiora un muretto, una moto che vola su un dosso, un uomo svenuto in mezzo alle fiamme ed un altro che aiuta, dopo aver visto un regime piegato di fronte al coraggio... chi sono io per non provare? A fare del mio meglio, a lasciare un segno, a gridare il mio nome in modo orgoglioso come se aprissi il gas fuori dalla curva e giù, veloce a infilare il cordolo e ancora al rettilineo quando il piede ricaccia più sotto il pianale.

C'è una preghiera che si sono inventati in un film di poco tempo fa, una preghiera del pilota. La diciamo va', che nell'abitacolo ci siamo anche noi, tutti i giorni, a sfidare la paura.

“Nostro Signore del sangue che corre nel buio delle vene.

Reggi il mio braccio sul volante, regola la forza dei miei piedi su acceleratore e freno.

Aiutami a osare il possibile, allontana da me la tentazione di osare l’impossibile.

Dissolvi i fantasmi neri che mi porto dentro.

Proteggimi, e fa che niente mi accada.”


Tracklist Radiofreccia File: I solisti del motore :


  1. Metallica - Fue l
  2. Saxon - Wheels Of Steel
  3. Whitesnake - Here I Go AGain
  4. Deep Purple - Speed King
  5. Motorhead - Overkill
  6. AC/DC - T.N.T.
  7. Bruce Springsteen - Racing In The Streets 


RADIOFRECCIA FILE – I solisti del motore

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