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  09 aprile 2020
di Nessuno
Nessuno

Radiofreccia File : Irlanda del rock

Nessuno apre il primo file di Radiofreccia con uno speciale tutto dedicato all'Irlanda e alla sua tradizione rock

Per gli abitanti di un'isola, l'acqua resta un parente strano. Uno di cui fidarsi, ma non troppo. A pensarci bene è come lo sguardo delle pareti della stanza in cui dormi, sempre attorno a te, ti accerchia, ti spia, non c'è notte o riposo per la sua guardia. Dal punto più alto dell'isola, ovunque si stenda la vista sull'acqua, da settentrione a meridione, da oriente ad occidente, lo sguardo si perde, come diceva una nota canzone, su quella “tavola blu”. L'acqua è vita, certo. Ma quella del mare attorno mica la si può bere, quindi è vita fino ad un certo punto ed il mare d'Irlanda non fa certo eccezioni, anche se la sua temperatura sarebbe perfetta per una pausa rinfrescante. Allora non resta che inventarsela, “l'acqua di vita”. L' Irlanda, così come anche la Scozia, va ammesso, a produrre l'acqua di vita se la cava parecchio bene. Facciamolo un piccolo passo indietro. Piccolo di circa 1500 anni. La storia racconta che nel V secolo, lo stesso San Patrizio che ancora oggi è un'istituzione, riportò dall’ Egitto uno strano macchinario (l’alambicco) che era servito fino a quel momento a distillare i profumi. (1 minuto) Nessuno si ricorda però della grande tradizione profumifera irlandese e ci sarà un motivo. Il motivo è che gli irlandesi convertirono rapidamente lo strumento di lontana provenienza ad un uso differente, una distillazione a base di orzo e acqua.

All’ origine, in gaelico, si diceva Uisce Beatha (acqua di vita), e se adesso il termine vi è familiare avete ragione. “Uisce Beatha” negli anni è diventato whiskey, un'altra istituzione assieme al santo del 17 marzo. Ma alla fine come si scrive whiskey? Con la E o senza E? Se avete qualche amico che fa il figo o il purista, potete tranquillamente prenderlo a bottigliate, di whisky si capisce, e spiegargli che sono giuste tutte e due. Dipende solo dall'origine del whisky stesso. Se è scozzese o canadese, si scrive Whisky, senza E. Se invece è irlandese o americano, la E ci va. Whiskey. Forse ho già detto troppo... ma a voi non è venuta sete? Meno male che siamo in Irlanda! Un'acqua di vita, grazie!

C'è del whiskey nella giara, insomma. E chi ce l'ha messo? Bah, davvero ci importa? finché ce ne.... Quell'acqua di vita di cui sopra che serve ad annaffiare le notti di San Patrizio, ma anche in generale da San Silvestro in giù. Secondo un celebre storico del folk che si chiama Lomax se mai vi interessasse, la prima versione di questa canzone risale addirittura al 1728 e parla di un bandito tradito da una donna, moglie o amante del caso, poco importa.

I primi a riportarla alla ribalta nell'ultimo secolo sono stati i Dubliners, una di quelle band folk che se non hai la barba non ti guardano neanche, meglio se rossa.

Bisogna ammettere una cosa: agli irlandesi la loro musica piace davvero. Per chi viene da fuori come noi, suonano un po' tutte alla stessa maniera. Ma chi ha i sogni coperti dal cielo d'Irlanda, dal verde smeraldo dei prati perfetti, dalle scogliere e dai pub sa riconoscere una buona storia quando la sente. (1 minuto) Infatti il buono delle canzoni celtiche non sta tanto nella melodia, che come un ciclo si rimbalza addosso in modo questo modo ipnotico ed ubriaco, ma in quelle storie che sono romantiche nel senso buono e raccontano gli uomini senza mai essere melense. Comunque, questa canzone nel corso degli anni l'hanno riproposta in tanti, i Metallica per ultimi ma prima di loro, un gruppo di ragazzi di Dublino nel 1972. Si chiamavano Thin Lizzy, il nome l'avevano preso da un fumetto e davanti al microfono ci avevano piazzato un tipo con due palle così. Nome Philip, detto Phil, cognome Lynott. Capelli ricci, rotondi come Hendrix, basso tra le mani invece che la chitarra, nato da padre brasiliano e da madre irlandese e di fatto il primo musicista di colore originario dell'Irlanda a raggiungere fama mondiale e conseguenti piazzamenti in classifica. Uno dei pochi black ad avere successo suonando hard rock, che è sempre stato spacciato come territorio "white only". Non era un caso che amasse dipingersi come un outsider, un romantico capellone incompreso che scappa da questa terra troppo presto, quell'irlandese più nero di una Guinness.

Le storie, dicevamo. Quelle che ci salveranno, quelle che escono dai denti storti e mangiati dalla vita di Shane McGowan e stambeccano nervosamente su banjo e mandolino dei Pogues. Si chiamano così adesso, ma all'inizio erano Pogue Mahone, che in gaelico vuol dire, a proposito di romanticismo, “baciami il culo”. Dirty ol' boys, from a dirty ol' town.

Ogni Maledetta Domenica è un film famoso, parla di sport e su quello ci torniamo tra un attimo. La verità è che il giorno con cui prendersela per antonomasia però è il Lunedì, questo lo sanno tutti. E la vita di Bob Geldof, quello del Live Aid, il Pink del film di The Wall, quello delle battaglie umanitarie, quello che ha scritto Do They Know it's Christmas e la canzone appena finita, I don't like Mondays con i Boomtown Rats, è stata in vero una sequela interminabile di lunedì, sette su sette. Sembra un predestinato, ma non a giorni di gloria (che verranno, in particolare grazie a quel festival senza precedenti, quello dell'esibizione dei Queen passata alla storia e quello per cui si è quasi beccato il Nobel per la pace) ma ad un continuo capitolo imbevuto di blues, non inteso come acqua di vita (vedi sopra) ma di storie dal finale triste. La madre lo lascia presto per una malattia, e il bullismo a scuola diventa il seme per la commovente partecipazione al dramma raccontato in musica dal capolavoro edile dei Pink Floyd e in immagini da Alan Parker, the Wall. Il successo, quando arriva, è come una spugna passata dal lato sbagliato, quello morbido. Ti culla, ti seduce, ti accarezza, ma non abrade, né sradica o gratta via i germi del male piantati sotto la pelle. L'anno dopo il Live Aid si sposa con Paula Yates, una giornalista bellissima, e la depressione, i cattivi pensieri se ne vanno pensando che finalmente i giorni di pioggia sono alla spalle. Dopo 10 anni di matrimonio, 20 di relazione e 3 figli però, crolla tutto, di nuovo. Paula gli confessa di essere innamorata di Michael Hutchence degli INXS. Quando divorziano lei è già incinta. E così, giù, di nuovo, in quella spirale ingorda che ha le pareti del destino e della depressione. Di fronte ad un foglio di carta, elenca i motivi per cui vale la pena continuare a vivere, li scrive, fisicamente. Sono soltanto tre, e sono i nomi dei tre figli. Il tempo tuttavia non ha smesso di essere inclemente con Bobby. Nel '97 muore Michael Hutchence ma, fermi, questo non è Shakspeare, non c'è nessun amore a cavallo che torna al castello con la principessa. Paula Yates raggiunge Michael dopo 3 anni per un'overdose e così farà una delle figlie che ha avuto con Geldof, Peaches, nel 2014. La vita è davvero continuo lunedì, per qualcuno. Per qualcun altro invece, il weekend non è mai finito. Nelle intenzioni, nella grinta, o perlomeno nel coraggio. Mi spiego.

Il rock n roll non è un genere musicale, ma un modo di fare le cose, ormai l'abbiamo detto e ridetto più di un ritornello dei Coldplay. E l'Irlanda del rock non si è certo limitata ai riff di chitarra per quanto riguarda un modo alternativo di fare le cose. Per esempio, andare in moto. C'è un matto che si chiama Joey Dunlop, eletto più grande sportivo di sempre dell'Irlanda del Nord che ha vinto 26 volte il Tourist Trophy. Non ne parliamo troppo, c'è un altro Radio Freccia file che parla dei matti su gomma. Ci sarà tempo. Vi basti sapere per il momento che è uno dei pochi che ha una statua a lui dedicata nel circuito che lo ha visto più vincente di tutti, quello dell'isola di Man appunto. C'è un altro sportivo irlandese a cui hanno dedicato qualcosina... beh in effetti, un po' più di qualcosina, visto che si tratta di...un aeroporto. Quello di Belfast, la sua città natale, per la precisione. Ma a uno che di cognome fa “Il Migliore”, cos'altro può toccargli se non una sorte da leggenda ed un'eredità fatta di racconti epici? Sì solo di quelli, perché come diceva lui, “Ho speso molti soldi per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l'ho sperperato.” George Best, uno che se non fosse sbocciato nei favolosi anni Sessanta, avrebbe alzato la testa dalla gonna di qualche amichetta e ogni tanto si sarebbe anche allenato. Pallone d'oro nel 1968, che è già di per sé un simbolo nel simbolo, predestinato dall'ufficio anagrafe fino alla finale di Coppa dei Campioni, neanche a dirlo vinta, col Manchester United. Un ribelle di fatto, infatti veniva dall'Irlanda del Nord, mica era un fighetto del Regno Unito lui. Anche se pettinato lo era eccome, ma forse più quando sudava in campo che quando era in serata. “Se io fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé”, “Ho smesso di bere, ma solo quando dormo.”, “Alcune cose me le sono lasciate sfuggire... Miss Canada, Miss Regno Unito, Miss Mondo...” adesso, dimmi, uno così come fai a non amarlo?

La Corona prima lo condannò, poi lo vide giocare, ed infine lo pianse. Ditemi, quante volte avete sentito di un aeroporto intitolato ad un calciatore? Ve lo dico io, nessuna. E a uno come lui, per lo più, simbolo del genio ma di certo non della sobrietà.

Pelè good, Maradona better, George Best, affermava un noto detto.

Ci manca quel rock sui tacchetti di ferro, oggi coperti di gel per capelli e sponsor.

Ci manca anche George Best, quello che giocava come un Picasso e si vestiva come il quinto dei dei Beatles.

Radiofreccia File : Irlanda del rock

Sfogliando i libri di storia irlandese, sembra sempre che qualcuno ci rimetta. Che ogni azione, comportamento, canzone, non sia mai solo fine a se stessa ma che finisca in braccio a qualche altro membro della comunità, se non altro nelle sue conseguenze. Beh, si dirà, questo è quello che fanno le comunità, unite nel bene e nel male. Vero, ma come al solito vale fino a quando la comunità è quella degli altri. La storia non è da meno e come sempre, instancabilmente fa, insegna che nulla accade per caso o per meglio dire, che nulla è isolato dal resto del tempo. Il 30 gennaio del 1972 a Derry, Irlanda del Nord, si scrive una delle pagine più drammatiche della storia recente. Quel giorno il 1° Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico apre il fuoco contro una folla di manifestanti per i diritti civili uccidendo 14 persone: vengono colpite 26 persone, 13 uccise sul posto e una muore in ospedale qualche mese dopo per le ferite riportate. È la tristemente famosa Bloody Sunday, ovvero La domenica di sangue che spesso, ingenui, associamo alla rabbia di un inconfondibile intro di batteria, quella che sembra proprio una raffica di mitra se ci fai caso. Quello che non tutti sanno è la vera Bloody Sunday non è quella cantata dagli U2. È già successo, perché in comunità non si butta via niente, ahinoi nel 1920. Il 21 novembre di quell'anno l'esercito britannico, ancora lui, spara sulla folla nello stadio di Croke Park, a Dublino, durante una partita di calcio gaelico fra le contee di Dublino e Tipperary, per rappresaglia dopo che, quella mattina, diciannove agenti segreti britannici erano stati uccisi dai membri della squadra di Michael Collins, che era uno che per l'indipendenza ci ha lasciato la buccia. La famiglia di Collins, per una singolare coincidenza, sembra discendere dal ceppo di nobili che un tempo governava su Uì Chornaill, una piccola località vicino a Limerick, la città di un'altra guerriera, stavolta contemporanea. Ed un'altra coincidenza vuole che una delle contee maledette dalla prima domenica di sangue, Tipperary, sia anche quella dove questa guerriera si è sposata con Don Burton, l'allora tour manager dei Duran Duran. “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.” Viene da pensare che all'epoca, in quella cerimonia che ancora fa discutere gli abitanti del posto, quelle parole non fossero per il marito, ma per l'indipendenza, per la libertà. Le promesse di Dolores O'Riordan.

È generosa la terra irlandese, lo dimostra il colore dei suoi prati. A proposito di colori, non fa sorridere che i due colori principali, almeno quelli che ti vengono in mente subito quando pensi all'Irlanda siano il verde e il rosso? I prati ed il tipico timbro acceso dei capelli. No perché sono i due colori più distanti nella teoria cromatica, uno l'opposto dell'altro. Non si mischiano e allo stesso tempo, ognuno serve per descrivere l'altro. Il che è singolare e forse racconta bene cosa vuol dire essere un irlandese del Nord in Irlanda. Vuol dire dividere l'anima tra la convivialità e l'orgoglio, tra le canzoni e lo spirito di appartenenza. Il Donegal, Cork, Galway, sono uguali e allo stesso tempo tutto il contrario di Belfast, la capitale del del Nord, con i piedi nelle scarpe della bandiera ed il cuore che guarda fuori. Tanto per capirci, Belfast è irlandese (del nord) fino al midollo ma ospita anche il museo del Titanic, perché è lì che è stata costruita la più grande disgrazia navale di tutti i tempi. Il broncio irlandese, insomma, che si mischia alle suggestioni del blues e “dell'orchestra che ci accompagna con questi nuovi ritmi americani” che arrivano da distante ma chi li ha mai sentiti prima. La voce di Ray Charles ha cambiato la vita a tanti, artisti e non, ma tra i primi c'è anche il signore che abbiamo sentito prima. Si chiama Ivan, all'anagrafe, ed è proprio il manifesto della sua terra. Quando raggiunge il successo lo fa prima con i Them e poi da solo, con un paio di dischi da consegnare all'olimpo della musica come Astral Weeks e Moondance. Dicevamo, il manifesto della sua terra perché all'apice del successo decide che è troppo, e quindi si ritira. Poi torna, ma suona solo nei club quando invece la sua fama lo reclama da tutte le parti del mondo. Si fa desiderare, Van The Man Morrison, ma di sicuro è tra i responsabili di buona parte della musica che amiamo e che è venuta dopo di lui. Un ispiratore, un fertilizzante di suoni. A proposito....

Il rock, compreso quello irlandese, è un terreno fertile di idee e spesso è più comodo comprare una piantina già cresciuta che rubarne i semi. Mi spiego. Nel 1986 infatti, in America nascono gli Skid Row, che con l'Irlanda non c'entrano un cazzo, suonano heavy metal ed hanno i capelli lunghi e nemmeno un pelo in faccia. E allora perchè li nominiamo parlando dell'Irlanda del rock? Beh proprio perché hanno comprato quella famosa piantina dall'Irlanda. L'arbusto in questione è il nome della loro band, che non è affatto farina del loro sacco. Il nome infatti lo comprarono con tutti i diritti annessi da Gary Moore, lui sì una leggenda dell'Irlanda che suona blues, il quale un decennio prima assieme a quel Phil Lynott di cui sopra, che i Thin Lizzy non li aveva ancora nemmeno pensati, aveva fondato proprio una band che si chiamava proprio Skid Row. In inglese questo termine significa un'area o una strada urbana malandata, decadente e in rovina, spesso popolata da gente povera, alcolizzati e drogati. Semi di vero rock che sarebbero poi fioriti negli Stati Uniti negli anni Ottanta, insomma. Ma torniamo nella vecchia Europa, a bere birra e maledire la Regina.

Quegli Skid Row che furono un laboratorio ma anche una buona amicizia tra musicisti, si fecero conoscere presto, aprendo i concerti di quei Fleetwood Mac che tanto amavano. Peter Green, chitarrista, cantante e fondatore proprio dei Fleetwood è un punto di riferimento per Gary Moore, che all'epoca ha tante belle speranze, sicuramente più degli anni che ha in corpo. Grazie a Green firma un contratto con la CBS e non solo, visto che lo zio Peter apprezza il suo buon carattere e la sua attitudine, decidendo di vendergli la propria chitarra, una Gibson Les Paul del 1959, al prezzo amico di sole 100 sterline. Moore gli dedicherà un intero album nel 1995: "Blues for Greeny". E sti cazzi, siete liberi di aggiungerlo a piacere. Forse la migliore definizione per Gary Moore la diede Cass, il bassista degli Skunk Anansie. Li intervistai qualche anno fa prima del loro concerto a Milano. “He was a rock n roll majesty”, era una maestà del rock n roll. Uno di quelli per cui il suono della chitarra cambia prima e dopo di lui e soprattutto, uno dei pochi che ha un nome che sta in piedi da solo dopo che è passato di qua Hendrix.

Uno che ne passate di ogni, in quanto a dipendenze, ma che per quanto perdesse la strada, aveva sempre il blues a tirarlo su di morale. Un'altra contraddizione, stavolta dipinta di tre colori. Verde, rosso e blue.

L'Irlanda è una nazione che devi andartela a cercare, a meno che tu non ci sia nato. Se ti piace il whiskey, ma non a tutti piace, ci fai un salto. Se ti piace la pioggia, la nebbia, le scogliere e un quarto d'ora di cielo azzurro come la trapunta della nonna, se ti piace il rugby, ecco, insomma se ti piacciono tutte quelle cose che forse non saranno mai universali, o meglio generaliste. Insomma non è la prima nazione che ti viene in mente quando pianifichi le vacanze. E così, anche nella musica. A tutt’oggi, se chiedete in giro quali sono i migliori chitarristi rock-blues vi sentite rispondere Hendrix, Clapton, Page, Vaughan, tutti legittimi, ma poche volte sentite nominare d'istinto il nome di Rory Gallagher, a meno che non vi troviate, appunto, in Irlanda, dove è una specie di eroe nazionale. E questo è un vero peccato perchè quel Gallagher era pura magia. Passeggiando a Dublino per Temple Bar, il quartiere degli artisti di strada e delle sbronze che fanno rima con vomito e poesia, non potete non incrociare il centralissimo Rory Gallagher Corner e notare la sua stratocaster appesa sotto al cartello. Come una freccia, scagliata verso la prossima pinta. Era un vero irlandese, il vecchio Rory. Sia per il suono, grintoso, nordico ma pieno d'anima, che per le scelte. Uno tutto d'un pezzo. Nel 1974, quando Mick Taylor lascia gli Stones, Richards e Jagger si guardano in giro per un rimpiazzo e si rivolgono anche a lui, ma Rory sceglie di continuare a suonare la sua musica, il tutto per i suoi fan. Pazzo? Eroe? Chi lo sa, comunque sia, tanti ringraziamenti da parte di Ron Wood. Giusto per dare un'idea del tipo di chitarrista che era quel Rory di BallyShannon, contea di Donegal, Irlanda, vale la pena scomodare qualche santo.

Gira voce che Hendrix, durante un'intervista per Rolling Stone, alla domanda: "Cosa si prova ad essere il miglior chitarrista del mondo?", abbia risposto: "The hell do I know? Go ask Rory Gallagher.” tradotto: “che diavolo ne so io? Andate a chiederlo a Rory Gallagher". 99 su 100, si tratta una bufala colossale ma il fatto che si diffondano rumors di questo genere, con questi nomi, diciamo che la dice lunga. Verrebbe da aggiungere solo un altro detto: mai rovinare una bella storia con la verità.

Ci sono tante storie sull'orgoglio dell'isola. Una racconta che nel 1987, Roddy Doyle, scrittore, mette su carta The Committments, una storia che oltre a diventare un successo letterario, diventa anche un film quattro anni dopo.

Ad un certo punto della pellicola, Jimmy Rabbitte, il protagonista, parlando ai futuri membri di una band che vuole spaccare il mondo ma che avrà più motivazione che gloria, esclama: “Gli Irlandesi sono i più neri d'Europa, i Dublinesi sono i più neri di Irlanda e noi di periferia siamo i più neri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: "Sono un nero e me ne vanto!"

Sì l'avete già sentito. Say it loud, i'm black and I'm proud, James Brown, 1968.

Come degli irlandesi abbiano preso una frase piena di orgoglio nero e l'abbiano portata ad invecchiare in botte, da spiegare francamente è troppo anche per noi.

C'è un vecchio detto che mette il punto alla vicenda. Dice così. “Uscendo da uno scompartimento ferroviario, un inglese si volta per vedere se ha dimenticato qualcosa. Lo scozzese si volta per vedere se qualcuno ha lasciato qualcosa. L'irlandese se ne va senza guardare."

Un'altra storia invece racconta di come l'Irlanda si lasci corteggiare senza concedersi davvero. Come dice una vecchia tradizione dell'isola di Smeraldo, di origini antichissime e attribuita a Santa Brigida, leggenda narra che nel quinto secolo S. Brigida si fosse lamentata con S. Patrizio che le donne dovevano aspettare troppo tempo prima che il loro amato si decidesse a fare la fatidica proposta! S. Patrizio, intenerito, decise di accontentare S. Brigida decretando che le donne potessero farsi avanti il 29 febbraio… in altre parole una volta ogni 4 anni.

Secondo la leggenda, euforica, S. Brigida prende coraggio, fa la sua dichiarazione d’amore a S. Patrizio che però non è interessato e rifiuta l’invito, regalandole un bacio sulla guancia ed una tunica di seta.

Questa tradizione viene esportata dai monaci irlandesi anche oltre i mari del nord, in Scozia e verso fine del 1200 proprio i cugini col kilt approvano una legge secondo la quale le donne potevano proporsi il 29 febbraio e se un uomo avesse declinato la proposta avrebbe dovuto pagare una multa: un bacio o una tunica di seta o un paio di guanti.

Verde e rossa, un cuore del nord che le batte fuori dal petto ma sempre e comunque attaccato.

Moglie soltanto del cielo, coperta di erbe brillanti, rumore di vetro e di pioggia.

Capelli di vento che viene dal mare, che ama senza amare. Come dice Sinead, un altro dei suoi cuori ribelli, “I miei amici pensano che sia sola, ma ho dei segreti. Non dico tutto dell'amore che ricevo, ho un uomo da amare ma è uno spirito. Non voglio essere la donna di nessuno”.

Come direbbero un tempo, “Pogue Mahone”!


Radiofreccia File: Irlanda del rock - Tracklist


  1. Thin Lizzy – Whiskey In The Jar
  2. The Pogues – Dirty Ol’Town
  3. U2 - Helter Skelter
  4. The Cranberries – Promises
  5. Them – Gloria
  6. Gary Moore – Got Still The Blues
  7. Rory Gallagher – Shadow Play
  8. Sinead O’ Connor – No Man’s Woman


Radiofreccia File - Irlanda del Rock

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