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  24 settembre 2018

Recensioni Flash #2409

Il diciassettesimo album di Sir Paul McCartney, il ritorno dei The Kooks e le vibrazioni di Lenny Kravitz

The Kooks - "Let's Go Sunshine"

Ci sono voluti ben quattro anni ai The Kooks per dar vita al seguito di "Listen", album che cercava di distaccarsi dal classico indie-rock che aveva caratterizzato il suono della band sin dagli inizi, e riprendere il discorso da dove lo avevano lasciato i singoli di maggior successo della loro carriera. "Let's Go Sunshine" riporta la band in territori più familiari e snocciola una collezione di canzoni da far strabuzzare gli occhi a tutti gli appassionati di britpop e indie made in UK di metà anni 2000, come lanciati in una capsula del tempo a folle velocità. Il Best Of del 2017 e conseguente tour hanno mostrato che la band di Luke Pritchard, almeno in casa, riesce a fare ancora numeri importanti nonostante gli anni del boom della scena siano passati riuscendo a tramandare il catalogo di singoli estivi e presi bene anche alle nuovissime generazioni. In "Let's Go Sunshine" il fattore up e 'sugar honey honey' è sempre ben presente ma ci sono anche momenti come 'Kids' e, soprattutto, 'Pamela' dove spuntano punte di garage rock e 'Honey Bee' si poggia su un riff R'n'R acustico ma l'equilibrio arriva dal blocco centrale composto da 'Four Leaf Clover' con le chitarre jangling e 'Tesco Disco', una gemma di pop psichedelico che ruota intorno al cantato riverberato di Pritchard. Non siamo davanti a un capolavoro, non è uno di quei dischi che troveremo a fine anno in cima a tutte le classifiche ma se amate il pop-rock inglese di inizio duemila vi innamorerete di buona parte dei brani, in alta percentuale potenziali singoli, e di uno smalto compositivo ritrovato rispetto alle ultime uscite. 



Lenny Kravitz - "Raise Vibration" 

A quattro anni dal precedente "Strut" Lenny Kravitz torna con il suo undicesimo studio album che si spiega già dal titolo, un accorato appello di amore, pace ed ed unità, una predica fatta di buone vibrazioni che esplodono nel suo più classico mix di rock, funk e soul. "Raise Vibration"  è l'arma usata dal polistrumentista newyorkese per opporsi all'odio del mondo che se non è viene imbracciata del tutto nel primo singolo 'Low' - seppur forte e radiofonico - trova spazio nela titletrack dove invita a mettere da parte l'ego, sentire lo Spirito e seguire la scia di figure come Martin Luther King e Gandhi ma su asciutte rasoiate di chitarra elettrica e nell'acido e claustrofobico funky di 'Who Really Are The Monsters?'. Nel disco non ci sono però solo tentativi tentativi di risveglio delle coscienze, l'invito alla fratellanza -  talvolta un po'stucchevole come in 'Here To Love' - e casi di politica estera ma anche momenti come la ballad dal tocco '70s 'Johnny Cash' che racconta il tenero ricordo di quando il gigante del country e sua moglie June Carter consolarono Kravitz subito dopo la morte di sua madre. In fondo, a quasi trent'anni dal suo debutto, Lenny Kravitz fa esattamente ciò che fa da sempre: unire i puntini. Trovano spazio insieme Il black power, il Gaye touch ('It's enough') e le smancerie, il funk, il soul e i proclami da leader,  il rock velenoso e quello soft, piano e moog con percussioni secche, e anche le urla dell'amico Michael Jackson pescate da vecchie registrazioni. Kravitz opera un continuo esercizio di apertura mentale che porta l'ascoltatore al centro di un viavai  tra il vintage e i giorni nostri che risulta essere quasi sempre efficiente dall'inizio alla fine dell'album.





Paul McCartney - "Egypt Station"

Una campagna mediatica con una presenza totale in TV, web e stampa, un ritorno strombazzato che, però, non è sempre garanzia di successo o, men che meno, di qualità, nemmeno se sei un membro della band più famosa della storia. E invece. Invece Sir Paul McCartney alla freschissima età di 76 anni centra con "Egypt Station" il primo posto della classifica americana per la prima volta in oltre 35 anni, bisogna fare un salto fino all'album del 1982 "Tug Of War" , e per la prima volta in assoluto direttamente al debutto. Vendite a parte "Egypt Station" fa quello che promette: il concept del 'viaggio' tra le canzoni viste come stazioni ideali in cui fermarsi evidenzia il percorso di un artista che potrebbe risparmiarsi - del resto quando sei universalmente riconosciuto come uno dei cantautori più importanti della storia sarebbe lecito non sentirsi in dovere  di dimostrare qualcosa - ma non ha nessuna intenzione di farlo. Macca guarda al passato con un po'di nostalgia ma mantenendosi energicamente saldo al presente con il piglio da eterno ragazzino che vuol dire la sua nel pop moderno, lo stesso che nel pezzo più radio friendly del disco, quella 'Fuh You' prodotta da Ryan Tedder dei One Republic, può permettersi di giocare maliziosamente con le parole facendo sorridere e non storcere il naso. "Egypt Station" è McCartney al 100%, con la libertà che lo ha sempre contraddistinto almeno quanto la capacità di cesellare brani melodicamente ineccepibili e disegnare un percorso che in 16 fermate attraversa tutto il suo mondo musicale. Il disco prende il titolo da un dipinto fatto dallo stesso McCartney a metà degli anni '80, quello ripreso nell'artwork, affascinato da come alcuni elementi della pittura egizia stilizzati riuscissero comunque a essere rappresentativi e chissà che il tutto non si sia tradotto in un certo senso anche nella musica che nel disco risulta essere quasi sempre abbastanza essenziale. La produzione seguita con il re Mida Greg Kurstin riesce a non essere mai ingombrante e qualsiasi suono, strumento o effetto è sempre funzionale al brano. Che si tratti di ballatone soft ed emozionanti come 'I Don't Know', la stupenda 'Hand In Hand', o 'Happy With You' con la chitarra riconoscibile dal primo secondo o uno dei momenti più rock come il fortissimo singolo 'Come On To Me'o 'Who Cares' nulla suona fuori posto. La voglia di sperimentare di McCartney, il suo non chiudersi da solo in una soffitta, viene poi fuori in alcuni episodi come la roca 'Caesar Rock' o 'Back In Brazil' che arriva in Sudamerica con ritmi tribali in stile Talking Heads e il mostro a tre teste che segna la fine del viaggio 'Hunt You Down/Naked/C-Link'. "Egypt Station" trovate tutti i suoni dei Beatles e di Paul, la leggerezza unita a qualche riflessioni e, in breve, una raccolta di brani perfetta espressione di come dovrebbe suonare nel 2018 un monumento del pop-rock.





Recensioni Flash #2409

Lenny Kravitz - Low (Official Video)

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