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FAQ:
  18 settembre 2019

Un passo dopo l'altro

Una corsa per vincere dubbi e insicurezze, riscoprirsi diversi e migliori, e arrivare col sorriso al nostro traguardo. Messe le scarpette? Si parte…

Una strada provinciale – L’estate di tanti anni fa

“Non importa cosa trovi alla fine di una corsa, l’importante è quello che provi mentre stai correndo. Il miracolo non è essere giunto al traguardo, ma aver avuto il coraggio di partire”.

JESSE OWENS

A distanza di tempo mi chiedo ancora perché. Che cosa mi ha spinto a farlo? Per quale motivo ho anche solo pensato di uscire in quel torrido mattino d’estate? Non praticavo atletica (a dire il vero, nessuno sport in generale), non ero attratto dal movimento a tutti i costi, come la maggior parte dei miei coetanei. Se si eccettua il nuoto, nemmeno i miei genitori mi avevano imposto una qualche disciplina sportiva, e men che meno quella che da solo mi accingevo a cominciare. Ovviamente senza saperlo, e senza nessuna preparazione e cognizione. Del resto ero solo un bambino. Quella mattina infatti sbaglio tutto: dall’orario di partenza, all’abbigliamento, comprese le scarpe. Senz’acqua e senza avvisare nessuno, mi incammino verso la strada che conduce al paese confinante. Scelgo quella perché è l’unica che conosco, anche se pericolosa per uno della mia età perché trafficata di macchine e camion e senza uno spazio comodo per percorrerla. In macchina la prendiamo spesso con la mia famiglia per andare a fare la spesa e mi sembra sempre così corta. E allora, in una sorta di scommessa con me stesso, mi faccio forza e dico “Beh, ce la posso fare”. Un passo dopo l’altro. Non mi rendo conto delle distanze, di quanto ci si metta a coprire un chilometro e non ho pensato neanche al fatto che una volta arrivati, bisogna pure tornare indietro. Ma quel giorno d’estate, io a destinazione nemmeno ci arrivo. Ansimante per il fiatone e col sudore che arriva anche alle ginocchia, mi fermo sull’ultima Salita (tra le altre cose, non avevo calcolato nemmeno che esistono pure quelle). In lontananza intravedo il cartello che segna l’inizio del paese e che appare quasi come un miraggio sull’asfalto rovente percorso dai trattori. C’è un’ultima cosa che non potevo sapere, e cioè che quella non sarebbe stata l’ultima corsa della mia vita. Quando ci ripenso oggi, mi dico “Meno male e per fortuna”.

Una palestra – 2011

“Un atleta non può correre con i soldi nelle tasche. Deve correre con la speranza nel cuore e i sogni nella testa”.

EMIL ZATOPEK

Ormai ho deciso: devo provare a mettermi in gioco. O per meglio dire “in corsa”. L’incoscienza che mi accompagna è la stessa degli anni della giovinezza, mitigata però da diversi chilometri in più sulle gambe e dalla presa coscienza che la Salita non è poi così insormontabile. Non so però ancora come ci si prepari, quali le distanze da percorrere settimana dopo settimana, i ritmi da tenere, i cibi da evitare e da assumere. Insomma mi manca un programma di allenamento che mi consenta quantomeno di ricordarmi ancora come mi chiamo, una volta tagliato il traguardo. In quel periodo frequento una palestra in cui vado durante le pause pranzo di lavoro e, tra tapis roulant e bilancieri, un giorno decido di rivolgermi al responsabile della sala per farmi dare dei suggerimenti. “Ciao scusami, ecco… io tra un paio di mesi vorrei tentare di fare…e allora mi chiedevo se potevi aiutarmi…”. Mi sembra ancora tutto talmente assurdo, che non riesco né a pronunciare la parola fatidica, né a spiegare esattamente cosa voglio. Lui, maglietta aderente nera e capelli lunghi raccolti in una coda, mi osserva impassibile da dietro il bancone con le braccia conserte. Mi faccio coraggio, “Sì insomma vorrei provare a correre una…”. Alla parola successiva fa una faccia a metà tra lo stupito e il disgustato, abbozza un mezzo sorriso e, prima di esprimersi, si volta cercando con gli occhi un suo collega, che nel frattempo aveva ascoltato tutto il monologo. Non ricordo la risposta che cerca comunque di darmi mentre mi squadra dall’alto in basso, tra il serio e l’imbarazzato. Non ascolto più le parole che mi dice: anche se possono aiutarmi, a quel punto non hanno più importanza per me. A distanza di anni ricordo bene solo il suo sguardo che, una volta tornato a casa, mi fa dire ”Sì, ce la farò”. Se non altro per avere la soddisfazione di togliergli quel sorrisetto del cazzo dalla faccia.

La corsa – 15° chilometro

“Supponiamo per esempio che correndo uno pensi “Non ce la faccio più, è troppo faticoso”. La fatica è una realtà inevitabile, mentre la possibilità di farcela o meno è a esclusiva discrezione di ogni individuo”.

MURAKAMI HARUKI

Non sono abituato al silenzio della strada. Anche se durante gli allenamenti invernali ho corso da solo lungo strade di campagna, potevo comunque sentire da lontano il rumore delle macchine e il leggero vociare delle persone che si insinuavano sotto le mie cuffiette. La musica della radio, unita a percorsi sempre diversi aiutano ad ingannare il cervello rispetto alla fatica e alla distanza. Ma nella gara non è così: il tracciato chiuso al traffico non si può cambiare e non si possono indossare cuffie. Dopo la partenza, le persone che incitano ai bordi delle strade si diradano e per interi chilometri gli unici rumori che sento sono quelli delle mie scarpette sul terreno (finalmente quelle giuste), del mio fiato boccheggiante e di quello decisamente meno rumoroso di chi mi supera. Gli esperti sostengono che esista un momento della gara in cui inconsapevolmente si cambi il modo di correre: il fiato diminuisce e quindi il passo diventa più trascinato. Ogni corridore ad un certo punto vive questa specie di “crisi”, con la differenza che i più scafati la sanno gestire, mentre chi, come me, corre per la prima volta ne ha giusto sentito parlare. Purtroppo ne prendo coscienza troppo tardi, ovvero quando realizzo che il tempo a chilometro è spaventosamente cresciuto rispetto a inizio gara. Nel surreale silenzio della corsa, cerco di non farmi prendere dal panico e mi impongo di portare a termine la corsa, anche a costo di metterci un giorno intero. Da lontano intravedo il pendio di una nuova Salita: non mi sembra particolarmente ostica, forse se l’avessi incrociata solo pochi chilometri prima, non me ne sarei nemmeno reso conto. Ma ora è diverso: la fatica ti toglie lucidità e le energie cominciano a scarseggiare. Il silenzio, che fino a quel momento era stato pressoché totale, viene improvvisamente rotto da un nuovo rumore di scarpette. Questo però non assomiglia ai precedenti perché quelle scarpette sono tante – almeno 5 o 6 paia - e si muovono dietro di me all’unisono, quasi a formare un passo di marcia che tiene il tempo. In un attimo sono affiancato da un gruppo di corridori di mezza età, vestiti con un completo a canotta e pantaloncini azzurro e bianco. Sotto la pettorina da gara è scritto il loro nome “I Leoni di…” (un certo paese di provincia che non ricordo più). Dal passo cadenzato e dalla grinta dipinta in modo identico su ciascun volto, capisco che di corse devono averne fatte parecchie. Si muovono perfettamente all’unisono, con un sincronismo irreale che me li fa immaginare non più al mio fianco, ma lungo una strada che non esiste, distante nel tempo e nello spazio. Perché per loro non è importante la gara che hanno scelto quel giorno, ma solamente correre insieme. Tra gioie e fatiche. Discese e Salite. E quella che sta per arrivare la affrontano come le migliaia che si sono lasciati alle spalle. Con lo stesso credo, quello impartito dal “capogruppo” che tiene l’andatura. Il grido è secco e suona quasi come un ordine militaresco: “Testa Bassa ed Aggredire!”. Quando sono a corto di fiato e penso di non riuscire a fare qualcosa (qualsiasi cosa), mi ripeto da solo quel comando e, chiudendo gli occhi, immagino di correre gomito a gomito con i “Leoni”. Fino alla cima, fino a che il tallone non ha superato l’ultimo centimetro. Fino a quando mi posso permettere di alzare la testa e di non aggredire più la salita. Vera o Metaforica. In fondo che differenza fa?

La corsa – Gli ultimi chilometri

“Non importa se otteniamo dei risultati o meno, se facciamo bella figura o no in fin dei conti l’essenziale, per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede, ma si percepisce nel cuore”.

MURAKAMI HARUKI

È il momento più atteso, quello a cui penso dal primo giorno di allenamento, ma che non sono mai riuscito a figurarmi. Semplicemente perché è la prima volta che arrivo fino alla fine. L’unica immagine che riesco a “vedere” è quella del traguardo, che tra poco sarà sopra la mia testa. Non faccio più caso alla fatica, che è diventata una specie di compagna di viaggio, non sento più i dolori alle ginocchia, che mi porterò dietro anche i giorni successivi. Ogni sforzo è stato affrontato per arrivare fino a quel punto. Una linea che non segna solo la fine della corsa, ma che rappresenta soprattutto la realizzazione di un grande obiettivo. Nuovo, diverso, inimmaginabile fino a pochi mesi prima. Un passaggio che – lo capirò dopo – segnerà uno spartiacque nel modo di interpretare la mia vita. Prima e Dopo quella corsa. Ma prima di arrivare al Dopo, c’è da correre l’ultimo tratto che è certamente il più bello e che, come tale, va goduto. Metro dopo Metro. Un passo dopo l’altro. Ai bordi delle strade le persone hanno ricominciato ad incitarci, in modo sempre più caloroso. Intorno ritrovo molti più corridori, tutti ansiosi come me di giungere all’Arrivo. Il silenzio ha finalmente lasciato spazio alle urla e alle battute. Dopo mesi di allenamento e dopo quasi due ore di corsa, questo è il primo momento in cui comincio a prendere soddisfazione per ciò che ho fatto. Eppure la mia immagine in tuta nera riflessa sulle vetrine dei negozi, non è sorridente. Vorrei urlare anch’io come fanno gli altri intorno a me, ma davvero non so come fare. Le grida si mischiano improvvisamente a un lungo applauso, che capisco subito essere diretto a qualcuno che sta sopraggiungendo alle mie spalle e che è molto diverso dagli altri applausi. Dalle mani di grandi e piccini è come se arrivasse non solo incitazione, ma anche commozione e ammirazione. I corridori più esperti intuiscono di cosa si tratta e si fanno da parte, quasi a non voler interrompere quel flusso e a lasciare campo libero a chi merita davvero. Mentre mi accodo a loro, scorgo le ruote di una carrozzina che procedono veloci come lungo una discesa, sospinte da braccia che sembrano non conoscere fatica. Sono in due, ma la loro simbiosi li fa apparire come un’unica entità che si muove verso un traguardo immaginario. Non stanno gareggiando, stanno vivendo insieme un’emozione talmente forte che tutti quanti noi non possiamo capire. Non hanno nemmeno bisogno di parole: uno non le può nemmeno pronunciare, mentre all’altro basta quel lungo e intenso applauso finale a cui mi unisco anch’io, con gli occhi commossi. Vorrei rivolgergli il complimento più grande di cui sono capace, ma non servirebbe a niente. E allora, coll’ultimo rimasuglio di fiato che ancora ho dentro, sussurro solamente “Grazie”. Per avermi regalato inconsapevolmente l’emozione più grande di tutta la corsa e per aver iniziato a sorridere come mai prima. Loro invece, per fortuna, non hanno mai smesso di sorridere e di emozionare il mondo. E per far questo, ogni volta gli basta solo una nuova strada su cui correre.

Oggi - Prima di uscire nuovamente

“Don't you know you better run, run, run, (Non sai che faresti meglio a correre, correre, correre), Just finally the tables are starting to turn (Perché finalmente le cose stanno per cambiare)”.

TRACY CHAPMAN

In fondo, è stato sufficiente cambiarsi e uscire. I gesti più semplici, ma che risultano anche i più ostici. È il momento in cui siamo circondati dai dubbi. “Ce la farò ad arrivare fin lì?”, “È la mia strada?”, “E quella Salita? Ce la farò a superarla?”. L’inizio del percorso non contribuisce certo a fugarli: tutti noi siamo costretti ad affrontare i piccoli inciampi (talvolta le cadute), convivere con l’affanno, osservare gli altri che ci superano. Strada dopo Strada. Uscita dopo Uscita. Ma poi arriva per tutti il giorno in cui la fatica diventa solo un passaggio verso la realizzazione dell’incredibile. Il cambiamento è improvviso e inaspettato e infonde in noi una nuova energia che non sapevamo nemmeno di possedere, fino al momento in cui abbiamo chiuso la porta di casa. Quell’energia indescrivibile pian piano scalza l’affanno, lasciando spazio alla fiducia e all’entusiasmo, alla voglia di scoprire cosa c’è dopo la Salita. Un passo dopo l’altro. Non si tratta di andare veloci perché non vogliamo diventare sprinter. Non è una questione di allenamento, del resto da qualche parte bisognerà pur cominciare. Ecco, cominciare a cambiarsi e uscire, non dimenticandovi di sorridere quando siete arrivati in fondo. Di una giornata lavorativa o di una corsa.


Un passo dopo l'altro

Tracy Chapman - "Talkin' About A Revolution" (Official Music Video)